Amore alla prima citazione

bibliografiaLe referenze bibliografiche non sono tutte uguali. Quando si legge un libro o un articolo, si dovrebbe prestare un po’ d’attenzione a prendere come oro colato quello che ci viene detto. È assai difficile e faticoso prendersi la briga di controllare (tutto o anche solo qualcosa), e qui subentra l’onestà (intellettuale) degli autori e degli editori. Tra l’altro l’accesso alle riviste scientifiche, in cui eventualmente controllare le referenze, è praticamente precluso alla maggior parte dei medici, fatta accezione per i professori ed i ricercatori universitari. Possiamo abbonarci a qualche rivista italiana o, al limite, anche ad una internazionale specifica del nostro campo d’interesse (di solito costa tantissimo), ma non potremo mai, neanche lontanamente, pensare di avere sotto controllo le fonti che vengono citate. A volte, associandosi a qualche organizzazione straniera, ci può venir data l’opportunità di accedere ad una rivista, ma si tratta di casi isolatissimi e sporadici.

L’esplosione dei concetti dell’EBM ha portato troppo spesso alla pubblicazione di lavori (sia libri che singoli articoli) in cui viene data esclusiva importanza a quello che risulta dalla letteratura, tralasciando un minimo di integrazione con le esperienze più valide della pratica quotidiana. In realtà, nel corso del tempo, la visione integralista dell’EBM è andata scemando ed è chiaro che le evidenze scientifiche non possono prescindere dalla considerazione clinica specifica e dalla sapiente applicazione mediata dall’esperienza (sito della GIMBE). Oggi però è troppo difficile trovare dei libri che vadano oltre le semplici revisioni bibliografiche, tanto che viene da chiedersi che senso abbia un libro in cui i semplici e vituperati pareri di esperti non hanno più posto. Spendere centinaia di euro per una pubblicazione che più o meno ti dice le stesse cose di una ricerca su PubMed ben condotta, non ha molto senso (la stragrande maggioranza degli articoli è disponibile liberamente solo in forma di abstract, ma quasi sempre i concetti di fondo di un articolo sono condensati lì). Quando si compra un libro, lo si fa anche per il nome e la fama dell’autore e ci si aspetterebbe che ci dicesse qualcosa di personale ed utile, magari proprio in relazione all’applicazione pratica delle evidenze scientifiche. Altrimenti si rischia di pagare a peso d’oro qualcosa che dopo pochi mesi è superato. Per non parlare poi delle edizioni italiane di libri scritti in inglese: traduzioni non sempre all’altezza, edizioni tronche e mutilate rispetto all’originale (avete presente il Greene di malattie infettive che da noi è arrivato solo con le malattie batteriche e parassitarie?) e via aberrando.

Ma torniamo all’inizio. Nell’editoriale del numero di aprile 2008 di Compendium – Continuing Education for Veterinarian, Thomas K. Graves fa un’ottima rassegna dei metodi più opportuni per valutare l’attendibilità delle referenze bibliografiche.

L’articolo (Love at first cite*: A serious reader’s guide to references) è copyright © Medimedia Animal Health (www.vetlearn.com); traduzione autorizzata (27.06.2010). Qualsiasi ulteriore riproduzione è tassativamente vietata.
* Il titolo originale è un gioco di parole che richiama un film del ’79, Love at first bite.

Amore alla prima citazione: guida alle referenze bibliografiche per il lettore serio

Prof. Thomas K. Graves

Prof. Thomas K. Graves

Diversi anni fa, mentre leggevo una review sul trattamento dell’ipertiroidismo felino, trovai una frase, debitamente referenziata, secondo cui il metimazolo causa una disfunzione piastrinica nel gatto. Fui tutto eccitato nel constatare che il problema del sanguinamento nei gatti non trombocitopenici sotto terapia con metimazolo era stato risolto, ma fui anche un po’ deluso perché nel mio laboratorio avevamo lavorato per trovare una risposta a questo problema, ma senza successo. Andai all’ultima pagina dell’articolo, ansioso di controllare il riferimento e, con mia grande sorpresa, scoprii che per quella frase era stata citata una mia pubblicazione (1). In quel riferimento (il capitolo di un libro) avevo affermato che alcuni gatti sotto terapia con metimazolo mostrano problemi di sanguinamento nonostante la piastrinemia normale – affermazione che avevo attentamente referenziato (2) – e che erano in corso degli studi per indagare gli effetti del metimazolo sulla funzione piastrinica. Dopo essermi ripreso, sentendomi colpevole, andai a controllare il capitolo originale per essere sicuro di non avere detto qualcosa d’ingannevole. Nel capitolo avevo suggerito che il metimazolo potesse causare una disfunzione piastrinica, ma chiarendo che erano necessari studi ulteriori (1).

Le imprecisioni nelle citazioni degli articoli delle riviste sono frequenti (3,4), non solo in medicina veterinaria, ma probabilmente in tutti i campi. L’analisi accurata dei riferimenti da parte degli editori e dei revisori può ridurre la frequenza degli errori nelle citazioni (5) ma non li può eliminare del tutto. Controllare il contenuto effettivo di ogni citazione e determinarne la validità come riferimento, rappresenta certamente un lavoro impossibile per uno staff editoriale. Dipende dalla responsabilità degli autori. Questi, essendo umani, spesso non si assumono questa responsabilità, lasciandola al lettore che deve controllare la validità delle affermazioni referenziate. Una lunga lista di citazioni può dare l’impressione che un manoscritto sia stato curato a fondo da parte degli autori, ma non è sempre così. Di contro, una lista breve non deve per forza essere considerata inadeguata, in quanto i riferimenti possono essere di buona qualità ed applicati accuratamente. Ma allora come fa il lettore a sapere se questi numerini possono assicurare il valore di un’affermazione o devono destare sospetti?

Il metodo migliore per stabilire la qualità di un riferimento è leggerlo. Ovviamente questo è impossibile per la maggior parte di noi. Anche se avessi tanto tempo libero, dubito che lo vorrei spendere nel cercare le pubblicazioni originali. Comunque mi assicuro sempre di controllare almeno alcune caratteristiche che mi possano dare un indizio sulla qualità generale delle citazioni di un articolo. Quelle che seguono sono le cose che guardo.

Capitoli di libri. Citare i capitoli dei libri è una pratica frequente nella letteratura biomedica. Lo faccio spesso anch’io nei miei articoli, ma non sempre è giustificato farlo. Per esempio, recentemente ho letto un articolo su una stimata rivista di dermatologia, contenente l’affermazione che l’ipotiroidismo è la più frequente patologia endocrina del cane. Quest’asserzione si trova spesso nella letteratura endocrinologica veterinaria, ed è una delle mie fissazioni. Secondo me l’ipotiroidismo è molto meno frequente di quanto pensi la maggior parte dei veterinari, anche se è di sicuro la malattia endocrina del cane diagnosticata più spesso (non necessariamente correttamente). L’affermazione dell’articolo di dermatologia era supportata dal riferimento ad un capitolo sull’ipotiroidismo in un manuale. In realtà il capitolo non dice nulla del genere: contiene una tabella che mostra che il diabete mellito è la sindrome di deficienza ormonale vista più di frequente nella pratica dell’autore. La citazione nella rivista di dermatologia era chiaramente travisata.
Nello stesso articolo ho trovato un’affermazione secondo cui i pazienti ipotiroidei possono manifestare dermatite batterica ed otite come unici segni. Trovando questa cosa difficile da credere, ho controllato la citazione. Il riferimento era un altro capitolo di un manuale. Sono andato a vedere il capitolo nella sesta edizione del libro, trovando che citava la quinta edizione. La quinta edizione citava la quarta. La quarta citava la terza. Nella terza edizione, la frase su cui m’era sorto il dubbio, era referenziata dai dati dell’autore non pubblicati e da un oscuro articolo – vecchio di 27 anni – di una ricerca sui topi. Ho scovato l’articolo murino ed ho scoperto che non aveva niente a che vedere con l’ipotiroidismo, per cui si è trattato di una citazione sbagliata fin dall’inizio. Questo è chiaramente un caso limite, ma i riferimenti ai capitoli dei libri vanno sempre visti con una certa dose di sospetto, in particolar modo se vengono fatte affermazioni discutibili. I capitoli dei manuali non sono soggetti al vaglio scientifico della peer review (revisione paritaria). Spesso contengono affermazioni largamente basate sul parere di esperti. Come autore di numerosi capitoli, sono certamente colpevole anch’io di questo.

Pubblicazioni peer review non arbitrate. Ci sono diversi livelli di peer review. Il più alto livello di controllo è proprio delle riviste con revisione ufficiale da parte di un comitato di revisione. Queste riviste in genere pubblicano l’elenco dei revisori. Altre riviste si affidano soprattutto agli editori ed ai comitati editoriali, delle volte utilizzando revisori paritari esterni, ma di solito non pubblicano la lista dei revisori. Queste sono dette riviste peer review non arbitrate. Anche se possono essere di qualità molto alta, il livello di controllo non sempre raggiunge l’eccellenza delle riviste arbitrate.

Atti. Le pubblicazioni degli atti di incontri scientifici vengono spesso utilizzate come riferimenti negli articoli. Questa pratica va considerata estremamente sospetta. Gli atti solitamente non sono peer review e neanche revisionati da un editore.

Abstract (riassunti). Gli abstract sono generalmente soggetti ad un qualche livello di revisione scientifica, ma questa non è quasi mai rigorosa come per gli articoli delle riviste arbitrate. Tra l’altro gli abstract talvolta possono essere quasi nascosti in una lista di riferimenti. Consideriamo l’esempio seguente:

Gilor C, Graves TK. Serum fructosamine does not correlate with body weight, body condition score or age in cats. J Vet Intern Med 2007;21:595.

All’occhio non sospettoso questo appare come un articolo di una rivista stimata. Non lo è. È un abstract dall’incontro annuale dell’ACVIM. Non può ricevere lo stesso peso di un articolo regolare. È anche un esempio di abstract non chiaramente identificabile come tale, come invece dovrebbe essere. Inoltre un abstract vecchio probabilmente deve essere considerato un riferimento piuttosto debole perché gli abstract che successivamente non diventano manoscritti regolari possono non essere completamente attendibili.

Riferimenti vecchi. Se un’affermazione è così basilare che un riferimento vecchio di decadi è sufficiente per supportarne la validità, probabilmente non necessita di alcun riferimento. D’altronde i riferimenti vecchi rischiano di essere datati.

Tesi. I riferimenti alle tesi dei master o di laurea talvolta vanno guardati con sospetto. Si suppone che una tesi di laurea sia soggetta alla revisione da parte di una commissione di laurea, ma chiaramente non è la stessa cosa di un processo di peer review anonimo. Se viene citata una vecchia tesi, ci si deve chiedere perché nessuna pubblicazione su riviste arbitrate è scaturita da quel lavoro.

Auto-referenzialità. A volte un autore può essere la sola persona che è solita fare pubblicazioni su un certo argomento, per cui non può fare altro che citare i propri lavori. Un riferimento o due da parte dell’autore principale dell’articolo sono buona cosa. Permettono al lettore di conoscere qualcosa sul background e la competenza dell’autore. Tuttavia troppa auto-referenzialità può essere indice di miopia intellettuale.

Comunicazioni personali. I riferimenti a comunicazioni personali forniscono praticamente il supporto più debole possibile per un’affermazione di un articolo.

Osservazioni non pubblicate. Come le comunicazioni personali, anche i riferimenti alle osservazioni non pubblicate probabilmente non dovrebbero essere usati, a meno che riguardino qualcosa che non influisce sul significato dell’articolo o sull’interpretazione dei dati.

Ogni riferimento fornito può essere perfettamente valido, ma un certo grado di diffidenza è salutare se ci accompagna nella lettura della letteratura scientifica. La maggior parte degli editori delle riviste veterinarie fa un lavoro eccellente nella considerazione dell’accuratezza e dell’appropriatezza dei riferimenti. Sfortunatamente alcuni riferimenti non sono adeguati. È necessario un alto livello di competenza non solo per gli autori, gli editori ed i revisori, ma anche per i lettori. Personalmente penso che sia una buona cosa.

Riferimenti:

  1. Graves TK. Complications of treatment and concurrent illness associated with hyperthyroidism in cats. In: Bonagura JD, ed. Kirk’s Current Veterinary Therapy XII. Philadelphia:WB Saunders; 1995:369-372;
  2. Peterson ME, Kintzer PP, Hurvitz AI. Methimazole treatment of 262 cats with hyperthyroidism. J Vet InternMed 1988;2:150-157;
  3. Hinchcliff KW, Bruce NJ, Powers JD, Kipp ML. Accuracy of references and quotations in veterinary journals. JAVMA 1993;202:397-400;
  4. Wager E,Middleton P.Technical editing of research reports in biomedical journals. Cochrane Database Syst Rev 18:MR000002, 2007;
  5. Wager E, Middleton P. Effects of technical editing in biomedical journals: a systematic review. JAMA 2002;287:2821-2824;
  6. 6. Feldman EC, Nelson RW. Hypothyroidism. In: Canine and Feline Endocrinology and Reproduction. 3rd ed. St. Louis: Saunders; 2004:86-151.

Personalmente c’è un’altra cosa che controllo sempre ed ancor prima di iniziare a leggere: eventuali conflitti d’interesse, sponsorizzazioni o se tra gli autori ci sono dipendenti di ditte farmaceutiche. Nessuno pensa male a prescindere, ma mi si conceda che, mettiamo, tra due lavori che trattano l’efficacia di un principio attivo per una data patologia, ammesso che siano condotti con gli stessi criteri di rigore scientifico, consideri in maniera diversa i risultati di quello del tutto indipendente rispetto a quello sponsorizzato o con autori dipendenti. Non credo che questi ultimi lavori siano falsi, anzi, sono sicuro che non lo siano. Ma sinceramente non ho ricordanza di aver letto un giudizio, o anche solo l’evidenza (o la sottolineatura) di risultati negativi in questo tipo di articoli. E non dico neppure che vengano omessi completamente eventuali risultati negativi; è sufficiente dare un peso diverso ai risultati positivi ed a quelli negativi, a partire dal titolo per finire alla discussione. Infine sarebbe opportuno anche dare il giusto peso ad una pubblicazione in relazione all’autore o agli autori: di solito se un autore ha già pubblicato decine di lavori su riviste peer review, quello che dice deve essere considerato in un’ottica diversa rispetto ad un autore con poche pubblicazioni alle spalle.

In ogni caso è sempre necessaria un po’ di quella che Graves chiama diffidenza, perché, anche controllando tutto il controllabile, i lavori possono sempre essere imprecisi, sbagliati, incompleti, travisati, pretestuosi o addirittura in malafede. Fortunatamente il controllo non si limita ai comitati editoriali prima della pubblicazione, ma si estende anche alla fase post-pubblicazione e sono i lettori che possono individuare lavori indegni e segnalarli, per esempio, con le lettere alle riviste.

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Ultima modifica: 28 agosto 2014 @ 21:06 17''
(Modifica: ampliamento delle conclusioni)

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