4. Patogenesi

AVVERTENZA: Questo capitolo è quello che più di ogni altro risulta incerto ed in continua evoluzione, soprattutto perché comprende concetti approfonditi sull’immunologia della malattia, sotto-argomento sul quale le conoscenze sono incomplete o lacunose. Per questo molti argomenti ed asserzioni possono apparire ridondanti e, in qualche caso, contraddittori. In questa sede sono state inserite anche alcune nozioni sulla trasmissione diretta (non mediata dal flebotomo vettore) che in verità è nel novero dell’epidemiologia, argomento che qui non ha una pagina sua propria (accenni sono contenuti nella pagina introduttiva sulla leishmaniosi canina).

4.1. L’esordio dell’infezione

La via naturale del contagio è rappresentata dall’inoculazione dei promastigoti metaciclici infettanti, da parte dei flebotomi parassitati, durante un pasto di sangue, nella cute (sito primario d’infezione) dei mammiferi ospiti. Non si escludono altre possibili vie di contagio, come quella dell’ingestione volontaria o accidentale, da parte del mammifero, dei flebotomi parassitati.

Trasmissione diretta

Altre vie di trasmissione diretta, sicuramente minoritarie (da rare a molto rare) rispetto a quella tramite flebotomo vettore:

  • Trasmissione materno-fetale: più volte ipotizzata e generalmente ammessa nell’uomo (Figueiró-Filho et al., 2004 [PDF]; Bogdan et al., 2001 [HTMLPDF]; Meinecke et al., 1999 [HTMLPDF]; Eltoum et al., 1992), benché pochi casi siano stati segnalati in letteratura (ma del resto nei paesi in cui la leishmaniosi viscerale è endemica, soprattutto in quelli in via di sviluppo, è praticamente impossibile distinguere l’infezione congenita da quella contratta in età infantile [Boehme et al., 2006]), appare più che probabile anche nel cane, anche se non sempre la bibliografia è concorde (Andrade et al., 2002; Mancianti et al., 1995). Il rischio comunque è reale e, anche nella specie canina, si tende oggi a ritenere accertata questa possibilità (Rosypal et al., 2005; Masucci et al., 2003), benché non sia stato identificato l’esatto meccanismo con cui la trasmissione verticale si realizza (Diniz et al., 2005 [HTMLPDF]);
  • Trasmissione venerea: benché mai provata senz’ombra di dubbio (e quindi l’argomento dovrebbe essere approfondito dalla ricerca), appare possibile, per lo meno quella tra cane maschio infetto sintomatico e femmina, sulla scorta soprattutto delle ricerche di Diniz e coll. (2005, cit.) che, oltre a rinvenire amastigoti di Leishmania negli organi genitali interni (testicoli, epididimo) ed esterni (glande, prepuzio), hanno riscontrato una positività alla PCR nel seme di 8 su 22 (36,36 %) cani sintomatici. Visto che nell’accoppiamento spesso si verificano traumi sia nel maschio che nella femmina, si realizza la possibilità di trasmissione di amastigoti dagli organi genitali esterni, oltre ai parassiti nel seme provenienti dagli organi genitali interni.Quindi nel cane la trasmissione venerea della leishmaniosi è probabile, anche in considerazione dell’alto numero di cani infetti in aree in cui il flebotomo vettore è poco diffuso; e questo non è compatibile con una trasmissione unicamente mediata dal vettore (Diniz et al., 2005, cit.; Rosypal et al., 2005). Lesioni a livello di glande e prepuzio sono state riportate nell’uomo affetto da leishmaniosi viscerale (Cain et al., 1994; Schubach et al., 1998) e cutanea (Cabello, 2002). Inoltre è stato ben documentato un caso di trasmissione venerea di leishmaniosi viscerale umana (Symmers, 1960). Anche Bianchini (2007, comunicazione personale) segnala isolamenti di parassiti da testicoli di cani infetti sia sintomatici che asintomatici, raccomandando di evitare l’accoppiamento di cani maschi malati.Nella cagna non si registrerebbe un analogo tropismo di Leishmania per gli organi genitali (Silva et al., 2007);
  • Trasmissione attraverso le trasfusioni di sangue: praticamente accertata sia nella specie umana (Dey et al., 2006 [HTML]) che in quella canina (de Freitas et al., 2006);
  • Altri metodi esclusivi della specie umana:

Il ruolo che il flebotomo svolge non si limita all’inoculazione meccanica (passiva) dei promastigoti, ma attivamente ne promuove l’iniziale penetrazione e la successiva propagazione. Infatti le sostanze della saliva dell’insetto, iniettate insieme ai promastigoti, comprendono potenti vasodilatatori, inibitori della coagulazione del sangue e fattori immuno-modulatori che facilitano Leishmania nell’instaurare l’infezione (Ribeiro, 1995). Estratti salivari di Lutzomyia longipalpis associati all’infezione sperimentale di topi BALB/c con Leishmania amazonensis aumentano la produzione di IL-10 e diminuiscono quella di NO• (Norsworthy et al., 2004 [articolo completo HTMLPDF]).

Amastigoti nel citoplasma di un macrofago da una lesione cutanea

Nella microfotografia: oltre 30 amastigoti nel citoplasma di un macrofago ottenuto da una lesione cutanea.

Amastigoti nel citoplasma di due macrofagi

Nella microfotografia: numerosi amastigoti nel citoplasma di due macrofagi (i parassiti sono in numero di oltre 25 nella cellula in basso).

Introdotte nell’organismo le forme promastigote sono attaccate dai macrofagi (a cui i parassiti si “agganciano” mediante l’estremità craniale flagellata o l’estremità caudale) nei quali, in un tempo piuttosto breve, passano a forme amastigote (requisito importante per lo stabilirsi dell’infezione) e si riproducono per scissione binaria fino ad infarcire tutta la cellula ospite provocandone la distruzione.

È stato dimostrato (per lo meno nell’infezione umana da Leishmania major) che in realtà le prime cellule dell’organismo che entrano in contatto con il parassita sono i granulociti neutrofili, migrati nel sito d’infezione, i quali fagocitano il microrganismo senza ucciderlo, inoltre la loro apoptosi fisiologica risulta ritardata fino a richiedere 2 giorni. I neutrofili infetti producono una citochina che attrae i macrofagi i quali a loro volta li fagocitano e quindi Leishmania, internalizzata tramite questa via indiretta, riesce a sopravvivere ed a moltiplicarsi nei macrofagi; quindi il parassita utilizza i neutrofili come una sorta di cavallo di Troia per penetrare nelle cellule ospiti finali in modo silente e senza essere riconosciuto (van Zandbergen et al., 2004 [HTMLPDF – vedi anche la pagina con 3 filmati sulla sperimentazione riguardante l’interazione tra Leishmania, neutrofili e macrofagi). Nonostante questo, i neutrofili appaiono importanti come cellule effettrici per un’efficace risposta immunitaria di tipo Th1, come è stato evidenziato sperimentalmente nel topo (L. donovani) in cui l’inibizione di queste cellule ha indotto un aumento della carica parassitaria nella milza e nel midollo osseo e, in misura minore, nel fegato; inoltre si sono avuti altri effetti, come la splenomegalia, un ritardo della maturazione dei granulomi epatici e l’aumento splenico di citochine Th2 (IL-4, IL-10) (McFarlane et al., 2007).

L’attività leishmanicida del macrofago è bassa a temperatura compresa fra 30 e 35°C; infatti, nell’uomo, le lesioni più gravi sulla pelle sono state rilevate in aree del corpo in cui la temperatura è mediamente di 30-32°C.

Inoltre i macrofagi dell’epidermide (cellule di Langerhans) non esprimono recettori CR3 e C3bi (recettori per le relative frazioni del complemento [C’ – vedi box a fondo pagina]) e sembra non siano in grado di fagocitare i promastigoti; oltre a ciò, i macrofagi del derma, pur fagocitando il parassita, non sono in grado, di per sé, di produrre un efficace burst ossidativo. Il promastigote internalizzato nelle cellule fagocitarie riesce a sopravvivere perché inibisce la maturazione fagosomiale; ed in questo una funzione cruciale è rivestita dal principale glicoconiugato di superficie del parassita, il lipofosfoglicano (LPG), tramite diversi meccanismi inibitori, come la rottura dell’actina filamentosa (F-actin) perifagosomiale durante il processo di maturazione del fagosoma stesso. Ma una delle citochine protettive (quando questo tipo di risposta cellulo-mediata è prevalente), l’IFN-gamma, determinando l’up-regulation della produzione macrofagica di NO•, favorisce questa maturazione fagosomiale e quindi l’uccisione del parassita (Winberg et al., 2007).

Dal sito primario cutaneo d’infezione il parassita può essere disseminato attraverso la via ematica e linfatica, infettando i macrofagi di midollo osseo, linfonodi, fegato, milza, reni e tratto gastro-enterico (Reis et al., 2006).

4.2. Il sistema immunitario in difficoltà

In ospiti normorecettivi (non ignorando che, nel campo delle leishmaniosi sperimentali in piccoli animali da laboratorio [topi], si siano riconosciuti individui geneticamente recettivi in contrapposizione ad individui geneticamente resistenti) il protozoo stimola l’attivazione delle difese immunitarie sia umorali (anticorpi) che cellulo-mediate.

Peraltro amastigoti e promastigoti sono in grado di opporsi agli anticorpi (Ac) sierici agganciandoli mediante gli antigeni (Ag) di superficie (il plasmalemma di questi protozoi può essere considerato come un mosaico costituito da una matrice lipidica e da molecole proteiche capaci di “movimenti direzionali”) e poi eliminandoli come immunocomplessi (Ic), al contempo ricostituendo, secondo un turnover assai breve (3,5 – 4 ore), gli Ag di superficie andati perduti.

Per la refrattarietà della parete dell’amastigote ai metaboliti del macrofago e per la capacità del parassita di inibirne l’attività (sembra che il protozoo elimini localmente sostanze ad azione antienzimatica [fattore escretore]), le leishmanie resistono all’attività del macrofago.

L’esito dell’infezione è strettamente connesso al tipo di risposta immune che viene innescata. In particolare il controllo dell’infezione o l’evoluzione della malattia, sono legati alle popolazioni di linfociti T (LT), CD4+ e CD8+, responsabili del riconoscimento degli Ag presentati dai macrofagi (cellule presentanti l’antigene, Antigen Presenting Cells [APC – vedi box a fondo pagina]) e dell’attivazione dell’immunità cellulo-mediata.

4.2.1. Il paradigma

Nell’ambito della popolazione CD4+ si hanno due sottopopolazioni (fenotipi): i Th1 ed i Th2; i Th1, quando vengono attivati, determinano un’evoluzione benigna dell’infezione perché proteggono l’organismo dalla malattia attraverso l’elaborazione di sostanze sotto specificate. Poiché Leishmania è un parassita intracellulare obbligato, il successo della resistenza dell’ospite è in funzione dell’attività dei macrofagi stimolati dalle citochine e interferone-gamma (IFN-gamma) prodotti dalle cellule Th1.

Cioè: l’immunità protettiva è cellulo-mediata e dipende dal fenotipo linfocitario T helper (LT helper) attivato (Th1, appunto); la prevalente produzione di IFN-gamma, IL-2, TNF-alfa, IL-12 da parte delle cellule Th1 è associata alla risoluzione dell’infezione e quindi alla protezione dei soggetti infetti.

Al contrario la prevalente produzione di IL-4, IL-5, IL-6, IL-10 ed il fattore di stimolazione dei linfociti B (BSF-1) ad opera del fenotipo Th2 è responsabile della progressione dell’infezione verso la malattia.

4.2.1.1. Il paradigma in dubbio

I dati che hanno permesso l’evidenziazione del paradigma fondamentale della patogenesi dell’infezione (attivazione CD4-Th1: protezione; CD4-Th2: malattia), derivano fondamentalmente da ricerche su roditori da laboratorio – leishmaniosi cutanea da L. major – e dalle conoscenze di immunologia umana, la cui estrapolazione alla situazione immunologica nel cane, non è sempre priva di rischi interpretativi (Prélaud, 2003). Inoltre è stato visto che ci possono essere delle eccezioni: per esempio l’espressione fenotipica delle cellule T CD4+ può anche non essere sempre indicativa di protezione contro l’infezione da Leishmania amazonensis (Vanloubbeeck et al., 2004HTMLPDF).

Nella leishmaniosi viscerale dell’uomo e del topo non è stato possibile dimostrare una chiara dicotomia Th1/Th2; si realizza invece una risposta mista che può essere polarizzata in una direzione o nell’altra (Miralles et al., 1994 [PDF]; Kenney et al., 1998). Nel cane la risposta immunitaria cellulare non è ancora definita a fondo, anche se soggetti infetti ma che non sviluppano la malattia hanno dimostrato di possedere una risposta di tipo Th1; questo è stato evidenziato in vitro tramite la valutazione della stimolazione linfocitaria con antigene di L., eseguendo test di stimolazione linfocitaria (LPA) e tramite il riscontro di alcune citochine caratteristiche con bio-test (Pinelli et al., 1994 [PDF]), mRNA RT-PCR (Pinelli et al., 1999; Chamizo et al., 2005) ed ELISA (Strauss-Ayali et al., 2005). Inoltre in vivo è stata dimostrata l’importanza della risposta immunitaria cellulare utilizzando il test cutaneo alla leishmanina (LST) (Cardoso et al., 1998; Solano-Gallego et al., 2001). Per questi motivi, nel cane, se non si può parlare di una chiara dicotomia Th1/Th2, si può almeno affermare, come più volte accennato, che i soggetti infetti con malattia clinicamente manifesta mostrano una risposta immunitaria prevalentemente umorale e non protettiva (simil-Th2), mentre i soggetti infetti che non sviluppano la malattia mostrano una risposta immunitaria prevalentemente cellulare e protettiva (simil-Th1) (Ferrer et al., 2000).

Si deve anche aggiungere che vengono segnalati casi di cani asintomatici da anni, ma che esprimono solo grandi quantità di citochine di tipo Th2, come IL-4 e IL-10 (Gradoni, 2005 – comunicazione personale). Inoltre, allorché si è cominciato ad approfondire gli aspetti specifici canini sulle citochine, sono usciti fuori dati non sempre coincidenti dai diversi studi pubblicati. Se da una parte l’IL-6 si è confermata come un indice importante in corso di infezione/malattia attiva (sintomi) e recidive (pur essendo presente anche in cani sani ed infetti asintomatici, seppure a livelli significativamente inferiori), dall’altra il TNF-alfa non può essere considerato un buon marker (ed infatti i dati bibliografici sono incongrui se non contrastanti), probabilmente perché si tratta di una molecola molto labile e quindi difficile da valutare obiettivamente. L’aumento della produzione di IL-6 in corso di leishmaniosi canina attiva non è direttamente correlato col titolo degli anticorpi anti-Leishmania, probabilmente perché entrano in gioco altre citochine – come IL-10 e/o IL-4 – nel determinismo dell’iper-gamma-globulinemia osservata nel corso della patologia (de Lima et al., 2007).

Produzione di IL-10 durante le risposte immunitarie

Immagine e didascalia originali da O'Garra et al., 2007

Il complicato universo delle interrelazioni tra LT, interleuchine, cellule macrofagiche e patogeni intracellulari (quindi non solo Leishmania, ma anche Toxoplasma gondii ed altri) è ben lungi dall’essere pienamente compreso anche nei topi di laboratorio, figuriamoci nell’uomo e nel cane.

Si prenda ad esempio l’IL-10, una citochina con ampie proprietà antiinfiammatorie che derivano dalla sua capacità di inibire la funzione di macrofagi e cellule dendritiche (DCs), compresa la produzione di citochine proinfiammatorie (come l’IL-12). Benché l’IL-10 sia stata considerata una classica citochina Th2, viene in realtà prodotta anche dai Th1, che in questo modo controllerebbero se stessi (viste le proprietà anti-Th1 della citochina medesima) durante la risposta immunitaria alle infezioni. Ma in contrasto con le sue principali funzioni soppressive, l’IL-10 può anche rivestire un ruolo positivo in certe risposte immunitarie, come la stimolazione delle mast-cellule, l’upregulation di alcuni geni dei fagociti, la promozione della differenziazione e migrazione dei LT citotossici (CTL) e l’attivazione dei linfociti B tramite l’upregulation dell’espressione delle molecole di MHC di classe II e la stimolazione della risposta delle IgA. Dunque l’IL-10 riveste un ruolo di regolazione in senso soppressivo della risposta immunitaria cellulo-mediata, senza annullarla completamente ma comunque inducendo uno stato d’infezione persistente.

Una piena comprensione dei meccanismi coinvolti nell’induzione di IL-10 espressa da parte di diversi tipi di cellule, insieme con l’eventuale possibilità di controllare rigorosamente le quote e le fonti di questa citochina, costituirebbe un progresso significativo nella gestione clinica delle malattie infettive (O’Garra et al., 2007).

4.2.2. La lotta armata: Non solo Leishmania e immunità

La questione fondamentale, che resta sostanzialmente insoluta, riguarda la conoscenza dei fattori che inducono una risposta prevalentemente Th1 o prevalentemente Th2. Sono state formulate diverse ipotesi, sulla base delle evidenze risultanti dai dati sperimentali sui topi (specie in cui le conoscenze immunologiche per l’infezione da Leishmania, sono abbastanza ampie, a differenza che nel cane).

Si è parlato anche di una predisposizione genetica – certamente multifattoriale – sulla base di risultati sperimentali su topi BALB/c, nei quali, tale suscettibilità (perlomeno per quanto riguarda L. major), probabilmente dipende da un riconoscimento aberrante degli epitopi antigenici di Leishmania (in particolare di quello denominato LACK) (Mougneau et al., 1995) da parte dei LT CD4+; conseguentemente si avrebbe un’esagerata produzione di IL-4 (e lo sviluppo eccessivo del clone linfocitario Th2) con la perdita della risposta di IL-12 (Guler et al., 1996) e/o un’alterata produzione di IL-12 da parte delle APC (Geni et al., 1996). [Vedi Locksley et al., 1999 (articolo completo)].

A fianco della nota definizione del prof. Oliva (Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università di Napoli) – La leishmaniosi canina è una lotta armata tra il parassita ed il sistema immunitario dell’ospite – si devono aggiungere altri fattori e meccanismi, che sicuramente complicano la possibilità di una piena comprensione della fenomenologia generale, che porta dall’infezione alla malattia o alla risoluzione spontanea o comunque allo stato di soggetto infetto asintomatico. Oltre ai già citati meccanismi di facilitazione messi in atto da parte del vettore (tramite soprattutto le sostanze della saliva), facilitazione non solo alla penetrazione del protozoo (infezione), ma anche alla sua successiva sopravvivenza, si può ipotizzare anche una componente specifica messa in gioco dalla Leishmania stessa.

Giudice e coll. (2007) hanno infatti isolato diversi stipiti di Leishmania amazonensis e L. braziliensis da lesioni di pazienti umani affetti da leishmaniosi cutanea, che presentavano un diverso grado di sensibilità al meccanismo di killing messo in atto dal NO• (ossido nitrico), come evidenziato in vitro. Alcuni di questi isolati erano resistenti al NO• (a differenza dei parassiti sensibili che vengono inattivati prontamente dopo la penetrazione nei macrofagi, quelli resistenti al NO• sopravvivono 72-96 hh) . Non solo: le lesioni cutanee da cui provenivano gli isolati resistenti al NO•, apparivano più gravi delle altre (quindi con differenze riguardo al decorso clinico della malattia), e gli isolati resistenti si coltivavano meglio e più a lungo (in vitro). Quindi è ipotizzabile che sussista una differenza nella virulenza sia tra diverse specie di Leishmania, sia all’interno della stessa specie (differenze interspecifiche ed intraspecifiche). E questo riflette l’elevato polimorfismo del DNA di diversi isolati di L. braziliensis in varie aree endemiche.

4.2.3. Uno stato immunopatologico

Le sostanze prodotte dai Th2 non proteggono l’organismo dall’aggressione delle leishmanie perché richiamano, nel sito di partenza dell’infezione, macrofagi immaturi a bassissimo potenziale antiparassitario; favoriscono anzi l’evoluzione della malattia, in quanto permettono una persistenza delle leishmanie “protette” all’interno dei macrofagi ed una loro diffusione sistemica.

Nei soggetti ammalati, infatti, la continua sollecitazione delle cellule immunocompetenti, indotta dai parassiti posti al riparo nei fagociti, comporta uno squilibrio del sistema immunitario, con iperfunzione della risposta umorale (non protettiva), ed anomalie in quella cellulo-mediata: il tutto si traduce in uno stato immunopatologico caratterizzato essenzialmente da immunodepressione e dalla produzione di immunocomplessi (Ic) circolanti.

L’attivazione preferenziale dei linfociti Th2 comporta due fondamentali conseguenze:

  • La scarsa capacità di queste cellule, come è detto sopra, ad attivare il processo di “killing” parassitario ad opera dei fagociti invasi;
  • L’abnorme produzione di anticorpi diretti anche contro strutture proprie dell’organismo (fenomeni immunopatologici autoimmunitari), che sono alla base di gran parte degli eventi patologici che si realizzano nei soggetti leishmaniotici.

Le lesioni organiche e tissutali che più comunemente si riscontrano nella leishmaniosi del cane sono costituite, appunto, da vasculiti, poliartriti, ulcerazioni cutanee, uveiti, glomerulonefriti, ecc., tutte espressioni dello squilibrio immunologico che viene innescato dal parassita.

Nel quadro della risposta umorale, però, agli accennati fenomeni autoimmunitari, deve essere attribuita un’importanza superiore a quella finora conferita, per quanto concerne la patogenesi della malattia (sia nel cane che nell’uomo). Probabilmente questi fenomeni giocano un ruolo non secondario, come lasciano ritenere le sempre più frequenti segnalazioni di patologie autoimmuni od immuno-mediate negli animali leishmaniotici, con presenza nel sangue di autoanticorpi e di Ic. Nell’uomo, infatti è stata rilevata la presenza di auto-Ac anti-proteine filamentose ed anti-eritrociti; nel cane sono stati evidenziati Ac anti nucleo (frequente la positività all’ANA-test [test dell’anticorpo antinucleo]) ed il fattore reumatoide, nonché Ac anti-muscolo liscio, cardiaco ed anti-eritrociti (cui certamente sono da attribuire, almeno in parte, i quadri di anemia rilevabili nella leishmaniosi).

In uno studio retrospettivo eseguito nel 1988 su 95 cani leishmaniotici, Slappendel ha dimostrato che il 100% dei soggetti presentava immunocomplessi circolanti [riferimento].

Chabanne e coll. [1993], in un’interessante indagine comparativa in cani con patologie diverse, autoimmuni e non, hanno rilevato una positività del 45% per il fattore reumatoide in quelli affetti da leishmaniosi) [riferimento].

4.3. Appendice

Complemento

Complemento (C’)

Serie di proteine, presenti nel plasma, che svolgono un ruolo fondamentale nella difesa immunitaria dell’organismo, promuovendo la fagocitosi delle cellule estranee e di altri antigeni (Ag) ed incaricandosi della lisi di alcuni batteri.

Il C’ è coinvolto anche nei processi infiammatori e può essere responsabile dei danni che si verificano nelle malattie autoimmuni e nell’ipersensibilità.

La serie comprende 9 diversi componenti proteici, che interagiscono sequenzialmente nel così detto effetto cascata (cascata del C’): un piccolo evento scatenante sufficiente ad attivare uno dei componenti, avvia un effetto amplificato.

Nella via classica di attivazione del C’ il primo stadio è rappresentato dal legame degli anticorpi (Ac) delle classi IgG o IgM ad Ag specifici, legame che induce una variazione di conformazione dell’Ac stesso che attiva il primo componente del C’, il C1.

Il C1 attivato è in grado di attivare il C2 ed il C4 che scindono unitamente il C3 in C3a e C3b. Quest’ultimo stimola l’afflusso, il legame e le attività fagocitarie dei macrofagi e dei granulociti neutrofili ed il rilascio di sostanze infiammatorie da parte delle piastrine (Plt), mentre il C3a (anafilotossina) innesca il rilascio di istamina dai mastociti (mastzellen o mastcells).

Il C3 può anche essere scisso dalla via alternativa di attivazione del C’ (che salta C1, C2 e C4), innescata da varie sostanze, inclusi lipopolisaccaridi (LPS) batterici, trombina e plasmina (queste ultime due sono sostanze coinvolte nella coagulazione del sangue).

Una volta prodotto il C3b, assieme ad altre proteine (B, D e P [properdina]), è in grado di stimolare un’ulteriore scissione di C3.

Il C3b (generato da entrambe le vie) è in grado di attivare il C5 che viene scisso per produrre C5a, un’altra anafilotossina. Ciò che rimane della molecola C5 forma un complesso con C6 e C7 ed in questa forma acquisisce il potere ulteriore di attivare i neutrofili.

Il complesso attivato C567, infine, è in grado di fissare i componenti C8 e C9, che quindi acquisiscono il potere di lisare certi batteri o altre cellule estranee.

APC

APC (Antigen Presenting Cells)

Le cellule che presentano l’antigene possono essere macrofagi tissutali, cellule di Langherans, cellule dendritiche o cheratinociti; queste cellule, una volta fagocitate le leishmanie, le demoliscono e ne processano gli Ag, che espongono poi in superficie, presentandoli ai LT helper.



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Ultima modifica: 1 luglio 2010 @ 02:54 54''
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