Leishmaniosi canina

1. Introduzione

Zoonosi
Qualsiasi malattia infettiva trasmessa naturalmente fra i vertebrati e l’uomo.
Più genericamente si tratta di malattie che sono trasmissibili dagli animali vertebrati all’uomo e viceversa (FAOOMS). L’OMS ha elencato circa 150 zoonosi significative. Alcune sono fatali, come il carbonchio ematico e la rabbia, altre sono meno gravi, come il vaiolo bovino, o possono causare sintomi ricorrenti, come la brucellosi nell’uomo.

In base ad alcune caratteristiche del ciclo biologico ed alle modalità di trasmissione, le zoonosi parassitarie possono essere distinte in:

  • Zoonosi dirette: trasmesse per contagio diretto o tramite vettori che agiscono meccanicamente (es.: toxoplasmosi);
  • Ciclo-zoonosi: l’agente patogeno compie il ciclo biologico in ospiti vertebrati diversi (es.: cisticercosi da Cysticercus bovis);
  • Meta-zoonosi: l’agente patogeno viene trasmesso da un vettore invertebrato nel quale si riproduce e si moltiplica (es.: leishmaniosi);
  • Sapro-zoonosi: l’agente patogeno, oltre che nell’ospite vertebrato, si sviluppa e svolge parte del suo ciclo sul terreno o su sostanze organiche (es.: larva migrans).

La leishmaniosi è una malattia infettiva (parassitaria) a carattere zoonosico [vedi box a fianco], ad andamento generalmente cronico, causata da protozoi del genere Leishmania. L’infezione colpisce prevalentemente i mammiferi (uomo, canidi e roditori), anche se esistono parassiti propri dei sauri, di scarso interesse veterinario (Casarosa, 1985).

Distribuzione mondiale della leishmaniosi

Distribuzione mondiale della leishmaniosi

Viene stimato che siano infette oltre 12 milioni di persone al mondo, con 350 milioni di individui a rischio ed un incremento di nuovi casi da 400.000 a 2 milioni all’anno (Ramos Franco, 1997). Le varie forme di leishmaniosi umana (viscerale, cutanea, mucosa, dermica post-viscerale) rappresentano in certe aree dei veri e propri flagelli, in particolare nei Paesi della fascia equatoriale e sub-equatoriale. La malattia è endemica in molte aree di Africa, India, Medio Oriente, Europa meridionale, America Centrale e Meridionale. Inoltre, in diverse parti del mondo, rappresenta un serio problema nelle persone HIV positive (Handman, 2001 [abstractHTMLPDF]). Spesso l’uomo, grazie ad una risposta immunitaria cellulo-mediata, non manifesta alcun sintomo in seguito all’infezione; inoltre nelle forme sintomatiche di solito risponde bene alla terapia e guarisce completamente sia dal punto di vista sintomatologico che da quello parassitologico (cosa almeno eccezionale nel cane). Invece nei soggetti immunodepressi gli insuccessi terapeutici e le ricadute sono frequenti, per il tipo di risposta prevalentemente umorale (analogamente a quanto accade nel cane) e conseguente produzione di ingenti quantità di anticorpi non protettivi e l’insorgenza di patologie da immunocomplessi. In Italia i casi ufficiali di leishmaniosi umana, nei 5 anni che vanno dal 1994 al 1999, sono stati circa 700 (ma molto probabilmente quelli reali sono molti di più), di cui ben 150 diagnosticati in pazienti HIV positivi. La maggior parte dei soggetti colpiti proviene da regioni endemiche centro-meridionali, nelle quali il cane rappresenta il principale serbatoio di malattia. Dall’inizio degli anni ’90 l’incidenza della malattia nell’uomo ha mostrato un chiaro incremento nei paesi dell’Europa meridionale, soprattutto per la coinfezione da HIV; in particolare nelle aree mediterranee  del sud della Spagna, della Francia e dell’Italia, dove l’incidenza dei casi ufficiali è quasi raddoppiata dal 1987 al 2004. In queste zone, in cui la leishmaniosi è da sempre stata considerata endemica, sono aumentati anche i casi non-HIV, anche a seguito del miglioramento dei sistemi di segnalazione e forse di un’espansione del serbatoio canino e della diffusione dei flebotomi (Biglino et al., 2010).

I serbatoi dell’infezione sono rappresentati da alcune specie di mammiferi, responsabili del mantenimento a lungo termine di Leishmania in natura (Ashford, 1996). In base alle specie dei parassiti in causa, i serbatoi possono essere rappresentati da mammiferi selvatici, domestici o anche, in casi particolari, esseri umani. Nel caso della leishmaniosi viscerale umana i diversi tipi di serbatoi corrispondono a differenti tappe evolutive nel cammino verso l’antropizzazione delle zoonosi selvatiche (Garnham, 1965). Molti serbatoi hanno raggiunto un adattamento a Leishmania, sviluppando forme d’infezione di gravità moderata, o anche del tutto asintomatiche, che possono persistere per molti anni, con l’importante eccezione del cane che solitamente sviluppa una malattia generalizzata e fatale, se non trattata (Dedet, 2002). Per quanto riguarda la leishmaniosi cutanea umana, può accadere che soggetti (che vivono da sempre nelle aree endemiche) risultino sierologicamente positivi ma asintomatici, e non è chiaro se ciò dipenda da un tipo d’immunità innata oppure acquisita. Sarebbe stato dimostrato che l’esposizione alle punture di flebotomi non infetti proteggerebbe contro future infezioni (Kamhawi et al., 2000). Le persone e gli animali che vivono nelle aree endemiche vengono punti continuamente dai flebotomi, e questo teoricamente li proteggerebbe. Se questo venisse veramente provato, ci potremmo aspettare che la gravità dei segni clinici, nell’uomo e negli animali, possa dipendere parzialmente da quante volte siano stati punti dai flebotomi non infetti (Shaw, 2002). Nel cane è stato verificato che il livello dell’esposizione ai flebotomi vettori può modulare il tasso di sieroconversione (Zaffaroni et al., 1999).

Oliva (2002) ha definito la malattia una “lotta armata” tra il sistema immunitario dell’ospite ed i meccanismi di evasione del parassita, che quasi sempre assicura la sopravvivenza del microrganismo e la sua diffusione nella popolazione degli ospiti recettivi. Secondo Ferrer (2000) non tutti gli animali infetti divengono realmente leishmaniotici, ma solo quelli con una risposta immunitaria inefficace non protettiva; per cui la leishmaniosi canina può essere considerata la conseguenza di un’immunodeficienza specifica, più che di una semplice infezione.

1.1. L’inizio della storia moderna della leishmaniosi (umana)

Molto probabilmente la prima segnalazione di una lesione cutanea da Leishmania si deve a Cunningham (1885), il quale riportò la presenza, su sezioni di tessuto, di corpi di 12,6 µm x 8,8 µm (presumibilmente macrofagi parassitati) contenenti delle formazioni che l’Autore interpretò come spore di Mycetozoa. Nel 1898 Borowsky descrisse, su strisci e sezioni di bottoni, numerosi corpuscoli di 1,5 µm di diametro, contenenti un nucleo ed un “processo” che si originava dal nucleo stesso dirigendosi alla periferia del corpo. Successivamente Leishman (1903) a Calcutta, durante la necroscopia di un giovane soldato, osservò lesioni da dissenteria nel colon ed una milza megalica e congesta, la cui polpa conteneva una discreta quantità di formazioni ovoidali e rotondeggianti di 2-3 µm di diametro. Tre anni dopo, a Londra, esaminando un ratto morto, sperimentalmente infettato da tripanosomi africani, notò la somiglianza dei “corpiccioli” precedentemente osservati con i tripanosomi degenerati del ratto. Nello stesso anno Donovan, esaminando strisci di biopsia splenica di un indiano di 12 anni sofferente di febbri irregolari, osservò corpi che non ritenne essere né artefatti né tripanosomi degenerati. Laveran e Mesnil, analizzando i vetrini inviati da Donovan, conclusero che i corpi osservati erano parassiti degli eritrociti e ne proposero il nome di Piroplasma donovani. Gli stessi vetrini furono osservati da Ross il quale criticò  le conclusioni  dei due precedenti Autori, affermando che i parassiti erano sovrapposti ai globuli rossi e ricordavano forme involute di tripanosomi. Ross quindi descrisse il parassita e ne propose l’appartenenza ad un nuovo genere di nome Leishmania, classe Sporozoa. Successivamente il parassita osservato fu definito Leishmania donovani (Gramiccia, 1989). La prima segnalazione di leishmaniosi canina è del 1908 (Nicolle e Comte); il primo a sospettare i flebotomi come agenti vettori del parassita fu Pressat (1905).

1.1.1. Quando Charles Donovan (1863 – 1951) credeva di avere scoperto la piroplasmosi umana (Donovan C.: “Human piroplasmosis”. The Lancet, sept. 10, 1904:744-9)

Lancet 1904:744-9

Dopo anni d’esperienza sulle malattie causate dal parassita sporozoo, classificato da Laveran e Mesnil nel genere Piroplasma, alla cui nuova specie hanno dato il nome in mio onore [Piroplasma donovani], vado ora a descrivere la malattia che ho osservato al General Hospital di Madras [India]. Sull’identità della malattia di Madras con il kala-azar non c’è dubbio, come mostrerò più avanti, trattandosi della stessa causa causans.

Lancet 1904:744-9

Lancet 1904:744-9

Charles Donovan

Charles Donovan

Fu il 17 giugno 1903 che per la prima volta trovai i microrganismi nel sangue prelevato tramite puntato splenico in vita; comunque già in precedenza, il 9, 23 e 24 aprile 1903, avevo ottenuto gli stessi corpiccioli dagli strisci splenici ottenuti postmortem. Dal 17 giugno 1903 al momento in cui sto scrivendo questo contributo, 16 giugno 1904, sono stati ammessi alle mie cure 72 casi affetti da questa patologia, tutti diagnosticati tramite strisci da puntato splenico; le ammissioni totali nello stesso periodo sono state 1.304 e quindi la percentuale è del 5,52 di Eurasiatici e nativi complessivamente e, separatamente, di 2,38 Eurasiatici e 6,79 nativi. Il tasso di morte è stato di 22, ovvero del 30,55%. Non è stato ammesso nessun Europeo, ma sotto le cure di altri medici ci sono giusto alcuni casi. La malattia è prevalente soprattutto nella parte più popolosa ed insalubre del quartiere nativo chiamato Blacktown, anche se ci sono alcuni casi provenienti da altre zone di Madras. Due casi sono stati ammessi da un villaggio a circa 20 miglia a nord di Madras, ma nessuno da altre parti della Presidenza. Tre casi provengono dal di fuori di questi confini: uno da Rangoon, uno da Hyderabad ed uno da Bassein (Burma). La malattia è ugualmente distribuita tra la popolazione più povera di Musulmani ed Indu; gli Eurasiatici, essendo generalmente messi meglio dal punto vista abitativo, non sono molto spesso vittime della patologia. I due sessi sono ugualmente rappresentati e l’età non risulta un ostacolo all’infezione. Vale comunque la pena di dire che alle mie cure sono ammessi solo maschi adulti e ragazzi d’età superiore a 12 anni; le affermazioni sul sesso e l’età sono basate sui casi sotto le cure di altri medici. Pochissimi Europei sono colpiti dalla malattia, per via delle migliori condizioni sociali.

Descriverò ora come sono riuscito a scoprire il parassita. Ero venuto a conoscenza di molti casi di febbre cronica irregolare, con splenomegalia ed occasionalmente epatomegalia, bronchite, edema dei piedi, emorragie sottocutanee soprattutto di tipo petecchiale, diarrea di natura dissenterica e cancrum oris. Il trattamento non aveva quasi mai dato buoni risultati in quanto nessun farmaco aveva mostrato alcun effetto benefico. Questi casi erano stati registrati nell’ospedale come malaria cronica, ma siccome non ho mai creduto alla febbre malarica senza parassiti nel sangue periferico, avevo temporaneamente classificato i casi come splenomegalia da causa sconosciuta. Ciononostante mantenevo un sospetto strisciante che si potesse trattare di un qualche stadio, al momento non ancora scoperto, dell’ematozoo malarico che poteva essere la causa di questa piressia irregolare, ovvero una forma resistente dei generi Plasmodium e Laverania.

Al fine di rimuovere questo dubbio, eseguii le autopsie e feci gli strisci da puntato splenico dei casi che si diceva fossero morti di malaria cronica. Il primo giorno, il 9 aprile 1903, in uno striscio trovai numerosi corpiccioli caratteristici, rotondi ed ovali ad anello, con due masse di cromatina situate ai poli opposti. Anche se ero sicuro che si trattava di parassiti, non riuscii ad includerli in nessun gruppo di protozoi. Pensai di avere scoperto lo stadio quiescente, che a lungo era stato cercato, del parassita della malaria dell’uomo. Ma dopo aver trovato gli stessi corpiccioli in altri due casi – il 23 e 24 aprile 1903 – cambiai opinione, ritenendo che potessero essere degenerazioni postmortali dei nuclei delle cellule della polpa splenica.

Il 15 giugno 1903 mi arrivò il British Medical Journal del 30 maggio dell0 stesso anno e, a pagina 1252, c’era la descrizione, da parte del maggiore W.B. Leishman (RAMC), di microrganismi identici ai miei. Ho subito riconosciuto la somiglianza di ciò che Leishman chiamava degenerazioni di tripanosomi con i corpiccioli che avevo trovato negli strisci splenici dei 3 cadaveri suddetti. Il maggiore Leishman aveva scoperto i suoi parassiti nel novembre del 1900 in uno striscio ottenuto postmortem dalla milza di un soldato che, a quanto diceva, aveva contratto la malattia a Dum-Dum vicino a Calcutta, e fino a quasi 2 anni e mezzo dopo, non aveva comunicato la sua scoperta. Verso la metà di giugno ebbi in cura un ragazzo nativo, Dorasami Mudali di 12 anni, che manifestava piressia irregolare da due mesi, ingrossamento della milza fino a metà strada verso l’ombelico, nessun parassita malarico nel sangue periferico (rilievo effettuato in seguito ad attenta analisi dei campioni colorati con Romanowsky, benché si rilevasse una leucocitosi mononucleare marcata. Per scoprire la causa dell’ingrossamento di questo viscere e della temperatura irregolare, il 17 giugno 1903 feci un puntato splenico a questo ragazzo, trovando i corpiccioli nel sangue così ottenuto, che erano identici a quelli rinvenuti negli strisci splenici postmortem. Le dimensioni erano maggiori, la forma più varia ed erano definiti più chiaramente.

Il 18 giugno mandai una descrizione della mia scoperta al British Medical Journal, che venne pubblicata l’11 luglio 1903 a pagina 79. Spinto dall’affermazione di Leishman che queste formazioni erano tripanosomi degenerati, cercai scrupolosamente questa classe di protozoi (mastigophora) ma senza successo, e fino ad oggi non ho mai trovato nulla che assomigliasse lontanamente a queste formazioni. In quel tempo avevo ben presente l’aspetto dei tripanosomi, soprattutto delle specie evansi e lewisii, e quella riscontrabile comunemente nel sangue dello scoiattolo indiano (Scirus palmarum), quindi sapevo cosa cercare. Il 16 luglio 1903 inviai a Ross 3 vetrini di questi corpiccioli (chiamati temporaneamente “corpi resistenti” perché resistevano all’azione del chinino e, in realtà, anche a tutti gli altri farmaci) insieme ai diagrammi della temperatura dei casi 1 e 2 ed una illustrazione con colori ad acqua. Il 28 settembre 1903 ricevetti la sua rassicurazione, datata 9 settembre, che avrebbe analizzato attentamente i vetrini la settimana successiva. Il 23 settembre mandai un vetrino con questi corpi anche a Mesnil dell’Istituto Pasteur di Parigi, chiedendogli il favore di sentire l’opinione di Laveran sulla loro natura. Ricevetti risposta  – datata 15 ottobre 1903 – il 1° novembre 1903 sul fatto che avevano analizzato i vetrini e l’opinione di Laveran era: “Il giudizio di Laveran è netto: si tratta di un protozoo nuovo del genere Piroplasma. Siccome la puntura splenica è stata eseguita intravitam, non può trattarsi di forme involutive di tripanosomi. Anche Laveran ha scartato l’idea di formazioni appartenenti al genere Plasmodium, cioè all’ematozoo della malaria.”

Il 9 novembre 1903 ricevetti il parere di Ross. La sua lettera – datata 21 ottobre – diceva: “Abbiamo studiato i tuoi eccellenti preparati ed ho letto l’articolo tuo e quello di Leishman. Ho anche inviato le tue illustrazioni ed i campioni a Leishman e ti allego una copia della sua risposta. Vedrai che considera i parassiti che hai trovato gli stessi che ha trovato lui. Secondo me i corpiccioli sono sicuramente parassiti ma non ho trovato alcuna evidenza che siano correlati ai tripanosomi. … Quindi sono piuttosto sicuro che il parassita sia del tutto nuovo e dunque ritengo che la scoperta sia di grande importanza. … È plausibile che i parassiti siano la causa della febbre nei casi clinici, che mi sembrano il kala-azar.”

Nel numero 35 del 3 novembre 1903 del Bulletin de l’Académie de Médicine (Parigi), Laveran ha descritto il mio parassita e lui e Mesnil lo hanno denominato Piroplasma donovani. Il 5 novembre mandai un contributo al British Medical Journal “Sull’eziologia di una delle febbri eterogenee in India”, pubblicato il 28 novembre 1903 a pagina 1401. In questo articolo affermavo che i corpiccioli sono stati determinati da Laveran e Mesnil come appartenenti ad una nuova specie del genere Piroplasma.

Fin dall’inizio i sintomi causati da questi microrganismi mi sono sempre sembrati uguali a quelli del kala-azar, ma non avendo mai visto nessun caso di questa patologia di Assam, mi sono guardato bene dal trarre conclusioni definitive. I miei studenti, con cui spesso discuto, sono d’accordo con me, con  il piccolo libro di Manson alla mano, sulla similitudine dei due disturbi. Con la speranza di ottenere il sangue splenico proveniente da casi di kala-azar, il 10 novembre mandati una lettera all’Indian Medical Gazette, “Sulla possibile causa del kala-azar”, debitamente pubblicata nel dicembre del 1903. Scrissi che i sintomi dei miei casi, che erano arrivati a 17, erano molto simili a quelli del kala-azar e che ero portato a credere che anche la causa fosse la stessa; allo stesso tempo chiesi agli ufficiali medici delle aree endemiche di inviarmi i vetrini degli strisci degli agoaspirati  intravitam del succo o del sangue splenici. Il 23 dicembre ricevetti un telegramma, inviato il 22, dal Dr C.A. Bentley di Assam: “corpi simili a quelli descritti da Leishman e da te, sono stati trovati intravitam nel kala-azar”. Tale ritrovamento di piroplasmi nel kala-azar era stato evidentemente il risultato della mia lettera all’Indian Medical Gazette di dicembre. Successivamente il Dr Bentley, molto gentilmente, mi inviò un vetrino contenente il sangue splenico di un caso di kala-azar in cui i piroplasmi Donovani erano presenti in grande numero. Per cui la mia ipotesi che questi cosiddetti casi di malaria di Madras erano identici al kala-azar era corretta. All’inizio non trovai nessun parassita definito nella circolazione periferica, ma alla fine fui in grado di riscontarli. Inviai un vetrino col sangue ottenuto dal dito del caso 23 a Laveran e Mesnil che confermarono la mia opinione.

Nel sangue periferico i parassiti hanno varie forme, si ritrovano raramente e solo quando la temperatura è alta (39,5-40 °C). Il 13 febbraio 1904 ho trovato i microrganismi nelle ulcere cutanee di pazienti affetti da piroplasmosi. Sono stato portato ad investigare in questo senso dalla scoperta di Wright (di Boston) di corpiccioli molto simili, se non identici, ai miei, nei raschiati di bottone d’oriente (piaga di Dehli). Il segno più caratteristico di questa patologia è la milza ingrandita, la piressia irregolare che dura da 2 a 6 mesi e che non risponde al chinino, e l’assenza dei parassiti della malaria nella circolazione periferica. Per comprendere appieno i sintomi principali, vanno considerati singolarmente. La temperatura è di tipo irregolare con periodi occasionali apiretici; all’inizio è marcatamente intermittente, andando da 36 a 40 °C ed associata a brividi; nelle ultime fasi è di tipo tumultuoso con sudorazioni notturne. In alcuni casi la temperatura intermittente si verifica due volte al giorno, la mattina e la sera. Quando sono presenti complicazioni, come polmonite o cancrum oris, la febbre può essere continua o discontinua. Occasionalmente, senza una causa riconoscibile, la temperatura diventa normale o sub-normale e così rimane per 7-10 giorni, raramente anche per 1 mese. La milza è ingrandita nella maggior parte dei casi; solo in 5 casi su 72 non si è osservata splenomegalia. L’ingrandimento della milza di regola non è molto esteso, portandosi in basso a mezza strada rispetto all’ombelico; in una mezza dozzina di casi l’allargamento arrivava fino alla pelvi. Le dimensioni della milza variano con la temperatura; in alcuni casi la variazione è stata imponente. Con la febbre la milza è arrivata sotto l’ombelico e in 7-10 giorni dall’inizio dell’apiressia è diminuita scomparendo sotto le coste. Però questa diminuzione è temporanea; alla recrudescenza della febbre è tornata alle dimensioni precedenti in pochi giorni. Le dimensioni del fegato non sono interessate sempre così invariabilmente. È aumentato solo in 28 casi, di solito di 1-2 pollici sotto l’arco costale. La diarrea era presente in più della metà dei casi (40 su 72), con le caratteristiche di una dissenteria muco-sanguinolenta. Tali sintomi intestinali non rappresentano una manifestazione costante ma sono ricorrenti con la gravità della patologia. Occasionalmente nelle feci si sono trovati ankylostomata, rhabdonemata e balantidia, ma apparentemente non c’è connessione con la patologia. Spesso ci sono ulcere nel grosso intestino, che in alcuni casi sono esitate in perforazione, peritonite e morte.

Le eruzioni cutanee erano molto frequenti. La cute risultava secca, furfuracea e ricoperta di placche con piccole ulcere simili a quelle della scabbia; il prurito pronunciato conseguente a queste lesioni portava in diversi casi ad un’estensione delle dimensioni delle ulcere stesse che quindi assomigliavano alle piaghe di Delhi. In una decina di casi sono state riscontrare emorragie o petecchie sottocutanee soprattutto a livello del torace e degli arti inferiori; in questi casi in genere la prognosi è sfavorevole. In parecchi casi si apprezzava anche una pigmentazione delle palme delle mani e delle suole dei piedi; a volte queste alterazioni si presentavano sulla mucosa buccale, della lingua e della congiuntiva bulbare. Una pigmentazione dell’intera superficie corporea è maggiormente apprezzabile negli eurasiatici di pelle chiara. Nei pazienti nativi che tendono a non lavarsi accuratamente, la cute secca e furfuracea persiste e col tempo diventa sporca e nerastra. Tale aspetto è simile a quello di cui si parla nel kala-azar. In due dei miei pazienti eurasiatici tutta la cute ha assunto una pigmentazione itterica 1-2 giorni prima della morte. In 22 casi si sono osservati cancrum oris, infiammazione ed ulcerazione delle gengive e del palato duro e molto raramente una tonsillite suppurativa; in associazione a queste manifestazioni orali e faringee, in 4 casi era presente un processo suppurativo dell’orecchio medio.

Una caratteristica molto comune della patologia è l’edema dei piedi; molto più della metà dei miei pazienti ne ha sofferto. Nella maggior parte era presente anche una bronchite. In 12 casi si è osservata pleurite con effusione sierosa e, in un caso, con emotorace e 2 casi di broncopolmonite. In un caso si è osservato emoperitoneo, prima della puntura splenica, per cui non era dovuto alla procedura. Per quanto riguarda la mortalità, 22 pazienti sono morti, 8 sono stati trasferiti moribondi ed i restanti sono stati dimessi su loro stessa richiesta, sempre in condizioni molto peggiori rispetto all’ammissione, anche se alcuni avevano una qualche speranza di sopravvivere più di 1-2 mesi. Le cause di morte sono state: 6 per infezione generalizzata, 1 per cancrum oris, 1 per edema della glottide, 6 per diarrea, 5 per peritonite, 1 per broncopolmonite, 1 per tubercolosi polmonare e 1 per l’emorragia conseguente alla puntura splenica.

L’esame del sangue nei casi dell’infezione da piroplasma mostra sempre una marcata riduzione dei globuli rossi, da 2 a 2 milioni per mm3. Non c’è leucocitosi anche se si registra un aumento delle cellule mononucleari molto più marcato che nella malaria. L’urina contiene albumina ed invariabilmente del pigmento. È stato somministrato il chinino per bocca, per via sottocutanea ed intramuscolare ad nauseam, senza alcun effetto apprezzabile. Così come altri farmaci meno indicati: arsenico, salicilato di sodio, acido carbolico, creosoto, tintura di iodio, ecc.

Le manifestazioni evidenziate postmortem erano costituite generalmente da una milza ingrossata pigmentata o no; fegato ingrossato, congesto o cirrotico, a volte pigmentato; intestino, soprattutto il grosso, profondamente congesto, infiammato o ulcerato.

[segue descrizione dettagliata di 9 casi selezionati]

La scoperta del parassita venne fatta contemporaneamente da William Leishman (1865 – 1926) e Donovan ed attualmente è difficile dire a chi vada assegnato il primato. Prima del 1903 era opinione comune che la malattia fosse un “brutta forma” di malaria. La patologia arrivò alla ribalta  l’ultima decade del XIX secolo nel nord dell’India, quando morirono oltre 123.000 persone (il 90-95% degli affetti) con conseguente grave spopolamento  e desertificazione della regione e caduta delle piantagioni di tè ed altre coltivazioni. I medici che cercavano di fronteggiare la patologia si resero conto che, nonostante la manifestazione dei sintomi simil-malarici, gli strisci ematici dei pazienti cachettici non mostravano mai il parassita della malaria, la febbre non veniva controllata dal chinino e gli affetti mostravano un’imponente splenomegalia (Dutta, 2008).

William Boog Leishman

William Boog Leishman

La nomenclatura Leishmania donovani venne proposta da Ronald Ross (1857 – 1932) per cercare di trovare un metodo elegante per mitigare il dibattitto tra Donovan e Leishman, il quale inizialmente insistette sulla probabile origine tripanosomiale del parassita. La scoperta di Donovan segnò l’inizio di un nuovo capitolo della scienza medica; i casi anomali di febbre, comunemente detti “febbre malarica” o “cachessia malarica”, vennero riconosciuti come una forma di malattia infettiva dovuta al nuovo parassita non correlato alla malaria. Ross, Laveran e Mesnil discussero sulle caratteristiche zoologiche del parassita: secondo Ross doveva essere classificato come un genere del tutto nuovo, mentre Laveran e Mesnil lo consideravano appartenente al genere Piroplasma. Alla fine Samuel Rickard Christophers (1873 – 1978) nel 1904 confermò che si trattava di un parassita diverso sia da quello della malaria sia dal genere Piroplasma. Tra l’altro Donovan fu il primo che riportò il ritrovamento del parassita nel sangue periferico di un paziente, ritrovamento confermato poi da Laveran e Mesnil. Patrick Manson (1844 – 1922) e George Carmichael Low (1872 – 1952), studiando un caso di kala-azar in un ospedale di Londra, in seguito alla ricerca infruttuosa del parassita nel sangue periferico, conclusero che l’infezione non poteva essere trasmessa attraverso il sangue. Donovan – non senza ironia – scrisse: “Il ritrovamento del parassita del kala-azar nella circolazione periferica è facile se l’osservatore conosce un po’ di lavoro al microscopio e gli strisci sono fatti correttamente”. Osservò che nel 93% dei casi, sia di gravità elevata che moderata, il parassita veniva rinvenuto nei leucociti polimorfonucleati o mononucleati, divenendo evidente che il puntato splenico – operazione da ritenersi a rischio – non era più necessario. Comunque l’osservazione patologica di Donovan sulla peculiarità dei leucociti nel kala-azar, facilitò la diagnosi (id).

Successivamente gli studi in India si susseguirono velocemente. Durante i 10 anni che seguirono, Christophers descrisse la patologia; Rogers isolò in coltura il parassita, dimostrando che si tratta di un flagellato; Patton mise in luce le varie forme di sviluppo nell’insetto ospite e Mackie suggerì il ruolo dei flebotomi come vettori. In seguito Rogers, Brahmachari, Knowles ed altri dettero un grande contributo al trattamento della patologia tramite gli antimoniali. Dopo la Prima Guerra Mondiale l’interesse per la malattia aumentò e nel 1924 venne istituita la Kala-azar Commission. La ricerca – portata avanti soprattutto in Cina, Arabia Saudita, Inghilterra e Francia – consentì di acquisire ulteriori conoscenze sulla “febbre nera” ed incoraggiò nuove branche del sapere , come la parassitologia e la protozoologia (id).


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Ultima modifica: 8 dicembre 2014 @ 00:13 09''
(Modifica: cambio foto William B. Leishman)