Leishmaniosi canina per quasi profani

Questo scritto è stato pubblicato originariamente sulla rivista cinofila Ti Presento il Cane di luglio 2002. Il livello di difficoltà è intermedio, ovvero un po’ più comprensibile della versione ufficiale di Leishmania.org ma piuttosto approfondito. Anche se qualcosa è stato modificato nel corso del tempo, alcune informazioni sono da considerarsi superate.

1. Un caso da psicoanalisi

La leishmaniosi canina è una delle malattie più frustranti che il proprietario ed il veterinario possano incontrare. I sintomi sono sfuggenti, a volte netti, mai chiaramente testimoni della patologia in atto (patognomonici). Quindi la diagnosi è complicata e spesso si arriva alla certezza solo dopo lunghe indagini (analisi). La terapia risulta solo parzialmente efficace, comunque mai (o quasi mai) risolutiva. Fino al 2011, almeno in Europa, non esisteva un vaccino; ma anche oggi che il vaccino è arrivato, sembra che siamo ancora lontani dalla protezione completa. Resta importante la prevenzione indiretta, cioè volta ad evitare che il cane venga punto dall’insetto infetto (vettore di Leishmania). Si tratta quindi di una patologia estremamente grave, che segna in maniera indelebile tutti coloro che l’hanno “vista” almeno una volta, fino ad arrivare al paradosso di temerla o sospettarla al minimo accenno sintomatologico, anche quando la Leishmania non c’entra niente.

Considerate tali premesse, non dovrebbero risultare strani i concetti di stress e depressione che spesso colpiscono il proprietario ed il veterinario. E allora quando ci troviamo di fronte alla leishmaniosi canina siamo, a tutti gli effetti, anche nel campo della psicoanalisi. Non ci spaventiamo subito. Vedremo poi come convivere senza troppi problemi sia con la malattia che con il timore di essa.

2. Di cosa si tratta?

Per definizione la leishmaniosi canina è una malattia infettiva (causata da protozoi del genere Leishmania) a trasmissione indiretta (si può propagare per il tramite di un insetto vettore; tecnicamente si tratterebbe di un contagio indiretto, ma per evitare fraintendimenti è preferibile utilizzare il termine contagio solo per le malattie a trasmissione diretta, come quelle da contatto [e non è questo il caso, salvo rarissime eccezioni]), a carattere zoonosico (può essere trasmessa dal cane all’uomo e viceversa). La leishmaniosi umana è considerata in molti Paesi un grave problema di salute pubblica; del resto il parassita risulta largamente diffuso, minacciando ben 350 milioni di persone in 88 Stati di 4 continenti. L’incidenza annuale della malattia è stimata intorno a 1,5-2 milioni di nuovi casi all’anno. Anche nelle zone in cui desta maggior preoccupazione la leishmaniosi umana rispetto a quella canina (soprattutto nei Paesi in via di sviluppo), il nostro animale viene tenuto in grande considerazione, in quanto è considerato il più importante serbatoio (“fonte” d’infezione umana) del parassita, anche se diverse pubblicazioni mettono in discussione questo assunto troppo spesso dato per scontato. Questo dipende soprattutto dalla stretta vicinanza cane-uomo (condividono lo stesso habitat) e dal fatto che nell’animale la malattia ha generalmente andamento cronico, per cui si ha una prolungata persistenza del microrganismo. In questo senso è interessante rilevare come Leishmania sia un “formidabile” parassita, in quanto permette una sopravvivenza protratta dell’ospite canino, e quindi anche di se stessa, almeno fino alla successiva stagione di trasmissione (disponibilità dell’insetto vettore). Ed il fatto che, in un tempo generalmente lungo (anni), l’animale venga portato a morte, suggerisce che il cane sia un ospite recente, in termini evoluzionistici.

3. Un nefasto connubio

La Leishmania sarebbe niente senza il suo ospite invertebrato, il flebotomo vettore, l’insetto che il parassita sfrutta a proprio vantaggio per compiere parte del suo ciclo biologico, senza che lo stesso venga in qualche modo danneggiato (connubio flebotomo-Leishmania evoluzionisticamente antico), per lo meno in senso “vitale”, in realtà, come vedremo in seguito, l’insetto subisce alcune piccole alterazioni finalizzate alla sopravvivenza ed alla trasmissione del parassita. Il protozoo viene definito dixeno, in quanto ha bisogno di due ospiti biologicamente diversi (il flebotomo ed il mammifero) per compiere il proprio ciclo vitale (ciclo biologico). È anche definito dimorfico, perché esiste in 2 forme differenti: promastigote ed amastigote. La prima è quella che Leishmania assume nell’insetto (ed in laboratorio, nei mezzi di coltura), con una morfologia allungata e sottile, provvista di flagello (struttura adibita al movimento ed all’interazione con le strutture cellulari dell’ ospite), della lunghezza di 15-30 micron (1 micron = 0,001 millimetri) per 2-3 micron di larghezza. L’amastigote, forma parassitaria del cane, ha invece una struttura globosa od ovalare, di 2-6 per 2-3 micron, e si localizza prevalentemente all’interno delle cellule fagocitiche mononucleate.

I flebotomi o pappataci sono insetti ditteri (hanno 2 ali); nel bacino del Mediterraneo l’unico genere coinvolto nella trasmissione di Leishmania infantum (la sola specie del protozoo responsabile della malattia alle nostre latitudini) è il Phlebotomus, con alcune specie, tra cui P. perniciosus, P. perfiliewi e P. major. Il ciclo vitale dei flebotomi comprende due diversi stadi biologici: l’adulto volante e la fase di sviluppo (uovo, 4 stadi larvali e pupa), che si realizza in terreni umidi ricchi di materiale organico. Gli adulti hanno 2-4 mm di lunghezza ed il corpo giallastro e peloso. Durante il giorno restano in luoghi oscuri e riparati: abitazioni, cantine, stalle, grotte, crepe dei muri, delle rocce e del suolo, fitta vegetazione, buchi degli alberi, tane di roditori o di altri animali, nidi di uccelli e formicai. L’attività dei flebotomi si realizza nelle ore crepuscolari (un picco appena dopo il tramonto) e notturne. Possono arrivare a coprire fino a 2,3 chilometri e la loro velocità è di circa 1 metro al secondo. Solo le femmine di pappatacio si nutrono di sangue, al fine di permettere la maturazione delle uova (il tempo che intercorre fra un pasto di sangue e la maturazione delle uova è di 4-8 giorni). Analogamente ad altri artropodi ematofagi, il pasto di sangue da parte del flebotomo è preceduto, a livello della superficie cutanea dell’ospite, dalla deposizione di saliva, che contiene sostanze farmacologicamente attive, come anticoagulanti e vasodilatatori (per agevolare la successiva suzione), le quali possono determinare reazioni “allergiche” più o meno gravi. Allorché un flebotomo di sesso femminile punge un mammifero infetto, può ingerire amastigoti intracellulari (probabilmente anche extracellulari) che passano direttamente nella parte addominale dell’intestino. All’interno del pasto di sangue gli amastigoti si trasformano in promastigoti mobili che si moltiplicano attivamente. Successivamente i parassiti migrano verso la parte anteriore dell’intestino, in cui divengono promastigoti metaciclici, le forme infettanti per l’ospite vertebrato (cane) e quindi si localizzano nelle strutture pungitrici. Il tempo minimo in cui si realizzano queste trasformazioni (pasto di sangue – promastigoti metaciclici) è di 5-6 giorni (fino a 19-20, in dipendenza soprattutto delle condizioni climatico-ambientali). La successiva puntura del flebotomo infetto deposita i promastigoti nella cute, e le cellule fagocitarie mononucleate del cane “inglobano” tali promastigoti che si trasformano quindi in amastigoti e si moltiplicano per semplice divisione binaria. I meccanismi che consentono il successo della trasmissione dei promastigoti, dall’apparato buccale del flebotomo alla cute dell’ospite mammifero, sono solo in parte chiariti, ma è evidente che il parassita riesce ad inibire, in qualche misura, la suzione dell’insetto che, almeno inizialmente, ostacolerebbe la “penetrazione” dei promastigoti nell’organismo. Essi infatti producono alcune sostanze che impediscono l’assunzione di sangue da parte del flebotomo, addirittura arrivando a determinare un certo grado di degenerazione dell’apparato pungitore, evento che favorisce il rigurgito dei parassiti stessi.

4. Non ci sono più le aree di una volta

Fino a pochi anni fa si affermava che la leishmaniosi canina fosse confinata in zone relativamente limitate del centro-sud Italia e delle isole (maggiori e minori). Nel 1989 Gradoni scriveva:

attuali o potenziali focolai sono riconoscibili con distribuzione discontinua in tutte le zone rurali o periurbane della fascia costiera tirrenica e nelle aree collinari ad ovest della dorsale appenninica fino ad una altitudine di 500-600 m s.l.m.; nelle regioni costiere e sub-appenniniche dello Ionio e del basso Adriatico, fino al Gargano….

È probabile che questa situazione dipendesse più da una sottostima della reale incidenza della malattia, che da un’effettiva distribuzione limitata. Comunque sia, è innegabile che attualmente si abbiano segnalazioni di casi da ogni parte d’Italia, anche da regioni tradizionalmente ritenute indenni (Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna). La distribuzione dei casi di leishmaniosi canina non è uniforme nelle regioni endemiche, bensì a focolaio, con differenze anche notevoli fra aree contigue. Questo fatto riflette l’analoga diffusione dei flebotomi vettori che, a sua volta, dipende dalle differenze di habitat. Per spiegare la maggiore urbanizzazione della malattia, sono stati invocati anche interventi umani, come quelli di deforestazione e, nelle grandi città europee, lo spostamento dei residenti dal centro alla periferia, con la proliferazione delle abitazioni monofamiliari dotate di giardino in cui solitamente viene tenuto il cane. Si riporta un elenco (sicuramente sottostimato) di Paesi in cui il cane è il provato o sospetto serbatoio della malattia umana. Europa: Albania, Bosnia, Cipro, Francia, Grecia, Italia, Malta, Portogallo, Spagna, Turchia, ex URSS, Yugoslavia; Africa: Algeria, Egitto, Marocco, Senegal, Sudan, Tunisia; Asia: Cina, Israele, Libano, Pakistan, Arabia Saudita, Siria, Yemen; America: Brasile, Bolivia, Colombia, Perù, USA, Venezuela.

5. Ma è colpa solo del flebotomo?

Non stiamo parlando di altri possibili insetti ematofagi responsabili della trasmissione (come pure, all’inizio del secolo scorso, veniva erroneamente ipotizzato: cimici, zecche, pulci e pidocchi); bensì della possibilità di un contagio diretto, ovvero senza l’intervento del flebotomo vettore. Nell’uomo è dimostrata la possibilità della trasmissione di Leishmania da madre a figlio durante la gravidanza. Per quanto riguarda il cane si hanno pochi dati contrastanti: nel 1995 i ricercatori dell’Università di Pisa isolarono il parassita da un cucciolo appena nato, anche se non fu chiaro se il contagio fosse avvenuto veramente durante lo sviluppo fetale o al momento del parto. Recentemente uno studio condotto in maniera mirata, ha escluso la possibilità di questo tipo di trasmissione. Allo stato attuale il contagio materno-fetale non può essere completamente escluso e, pur non potendo traslare le evidenze risultanti dalla leishmaniosi umana, la cosa pare probabile a diversi studiosi (anche se c’è da dire che la circolazione placentare nella specie canina è molto meno permissiva rispetto all’uomo). Comunque sia, anche se venisse innegabilmente dimostrato che la trasmissione della leishmaniosi canina da madre a figlio non è possibile, certamente una cagna leishmaniotica non dovrebbe essere fatta accoppiare, in quanto la gravidanza è un evento stressante che può riattivare la malattia eventualmente quiescente. In medicina umana destano serie preoccupazioni gli scambi di siringhe infette fra tossicodipendenti e le trasfusioni di sangue (in particolare in soggetti immunodepressi quali gli HIV positivi). Del resto è stata dimostrata la possibilità della trasmissione del parassita, attraverso lo scambio di sangue trasfusionale, da un soggetto infetto ad uno sano, sia nell’uomo che nel cane. Il parassita sopravvive nelle sacche di sangue refrigerato, mentre alle temperature di congelamento il comportamento può variare: se è vero che un congelamento rapido uccide la maggior parte dei parassiti eventualmente presenti nel sangue, è altresì vero che il congelamento controllato (ovvero con l’aggiunta di crioprotettivi e rispettando certi tempi di raffreddamento), è la tecnica generalmente utilizzata per conservare collezioni di protozoi, cellule, embrioni, ecc. Ciò premesso, non si può che promuovere un controllo anche del sangue canino prima di destinarlo alle trasfusioni (per inciso: il solo controllo sierologico non può essere considerato sufficiente ad escludere l’infettività del sangue). C’è anche chi teme il coito (accoppiamento) come possibile evento che permetta la trasmissione del parassita. Non esistono studi seri al riguardo anche se, nell’incertezza, sarebbe bene non rischiare l’accoppiamento di cani leishmaniotici. Recentemente il parassita è stato ritrovato nello sperma ed in alcune strutture sessuali maschili, per cui almeno il maschio infetto può essere considerato un potenziale portatore dell’infezione durante l’accoppiamento.

Le persone che hanno in casa animali ammalati, allorché vengono a conoscenza del fatto che la leishmaniosi è una patologia che può interessare anche l’uomo, si chiedono se non sussista un rischio reale di contagio fra il proprio cane e gli esseri umani conviventi. Preoccupano soprattutto la presenza di bambini piccoli, di persone anziane e le punture accidentali con gli aghi delle siringhe utilizzate per le iniezioni. Tale pericolo è solo teorico, non pratico. Per quanto riguarda la normale via di trasmissione del ciclo zoonosico della leishmaniosi, ovvero cane infetto/flebotomo/uomo, se si vive in zona endemica (area in cui la malattia è molto diffusa), non c’è alcuna ragione di temere il proprio cane infetto, più di tutti quelli presenti nella stessa area; senza contare l’importanza degli animali selvatici che possono fungere da serbatoio del parassita (ratti, volpi, pipistrelli, ecc.). Si dovrebbe ragionare allo stesso modo, prima di domandarsi se il proprio cane sano corra qualche rischio ad avere contatti (giochi, passeggiate, ecc.) con cani infetti. Per quanto riguarda le punture accidentali con le siringhe, siamo veramente nel campo delle ipotesi fantascientifiche, più che scientifiche. Sono necessarie alcune schematiche precisazioni: i flebotomi prediligono pungere i cani rispetto all’uomo (sono cioè prevalentemente zoofili, piuttosto che antropofili), inoltre agiscono di preferenza all’esterno (esofilia) più che nelle abitazioni (endofilia); meno della metà dei cani che vivono in zona fortemente endemica risultano infetti e quindi rappresentano un pericolo potenziale (ricordiamo che, a differenza di quanto si è a lungo sostenuto, sono infettanti non solo gli animali sintomatici, ma anche gli asintomatici); nelle regioni italiane in cui è più diffusa, la leishmaniosi umana colpisce 1 soggetto ogni 200 mila abitanti (è quindi una malattia rara), e in genere si tratta di individui immunodepressi (HIV positivi, trapiantati, altre situazioni di immunodeficienza); probabilmente molte persone che vivono in zona endemica vengono punte dai flebotomi infetti, ma solo un’infinitesima parte di esse si ammala di leishmaniosi (soprattutto per una differenza nelle risposte immunitarie al parassita nell’uomo rispetto al cane); nei Paesi in cui la leishmaniosi rappresenta un grave problema di salute pubblica (fra cui non c’è l’Italia), meno del 5% dei soggetti immunocompetenti esposti al contagio mostra segni clinici d’infezione; nelle aree con la più alta incidenza di malattia canina (Isola d’Elba, interland vesuviano, Ustica, ecc.), non si registrano alti valori di casi di leishmaniosi umana; il fatto di avere in casa uno o più cani ammalati non è mai stato messo in relazione con un rischio maggiore di malattia umana (e quando questo viene fatto, anche in pubblicazioni scientifiche, si tratta di ipotesi, se non illazioni, più che prove certe); bambini in buona salute, soprattutto se alimentati naturalmente, possono andare incontro ad infezione in via praticamente ipotetica.

6. Una lotta armata

Secondo il prof. Oliva (Università di Napoli) la leishmaniosi canina è una lotta armata fra il parassita ed il sistema immunitario dell’ospite. Infatti l’immunità (il complesso meccanismo che si oppone ad ogni “disturbo estraneo”) è di fondamentale importanza in questa patologia, è lei che “decide” se l’infezione (penetrazione del parassita nell’organismo canino) progredisce verso la malattia infettiva (leishmaniosi canina) o resta un’infestazione “benigna” (autolimitante). L’immunità viene distinta in umorale (produzione di anticorpi) e cellulo-mediata (attivazione di cellule contro gli agenti estranei), ma questa è più che altro una suddivisione didattica in quanto, nella lotta ai microrganismi patogeni, sono strettamente connesse e dipendenti. La patologia si realizza in quei cani in cui prevale un certo tipo di risposta immune, detta Th2 (dalla tipologia di cellule linfocitarie coinvolte), che non è in grado di attivare efficacemente l’immunità cellulo-mediata. Nei soggetti in cui prevale la risposta Th1 la malattia non si realizza (anche questa distinzione è didattica ed ormai appartiene al passato della ricerca scientifica sulla leishmaniosi). Molto probabilmente la prevalenza dell’una o dell’altra risposta dipende da ragioni (anche) genetiche (un po’ come dire che la leishmaniosi si verifica nei cani “predestinati”), ma le intime ragioni non sono completamente note. I due tipi di risposta non sono inalterabili; il cane, nel corso dell’infezione, può passare dall’uno all’altro tipo, per motivi non sempre noti: dalla risposta protettiva (Th1) a quella non protettiva (Th2) per malattie intercorrenti, stress di varia natura (gravidanza, malnutrizione, affaticamento eccessivo), ecc.; dalla non protettiva alla protettiva soprattutto grazie al successo della terapia.

Come abbiamo visto, gli amastigoti di Leishmania si insediano principalmente nei macrofagi che, in condizioni normali, sono le cellule più potenti nella difesa aspecifica contro gli agenti infettivi: li “inglobano” (fagocitosi), li uccidono e quindi, una volta esaurito il loro compito, degenerano (apoptosi). In questo caso, invece, i macrofagi non solo non funzionano (o funzionano poco e/o male) ma finiscono per comportarsi da veri e propri “cavalli di Troia”. Infatti le leishmanie, all’interno di queste cellule, producendo particolari sostanze e/o “in virtù” delle loro strutture di superficie, riescono a sopravvivere ai potenti meccanismi “killer” macrofagici e, addirittura, ne ritardano od impediscono la normale degenerazione (i Greci restano nel cavallo così i Troiani non li possono vedere). In questo modo vengono trasportate, così protette nei confronti degli anticorpi e delle altre cellule coinvolte nei processi immunitari, in diverse sedi dell’organismo (milza, fegato, midollo osseo, linfonodi, occhi, ecc.), in cui continuano a proliferare. Non è finita qui, purtroppo. Le leishmanie all’interno dei macrofagi inducono una complessa alterazione dell’immunità del soggetto, non solo di quella cellulo-mediata, ma anche di quella umorale. Infatti stimolano la produzione di enormi quantità di anticorpi (immunoglobuline) che però non sono protettivi (come sarebbero se avessero potuto “vedere” i parassiti) e finiscono per arrecare i danni più gravi che si possono osservare in questa malattia (come quelli a livello renale ed oculare). Alcuni di tali anticorpi “difettosi”, addirittura, reagiscono contro strutture proprie dell’organismo canino (fenomeni immuno-patologici autoimmunitari), come quelle delle articolazioni (artrite/artrosi, dolori), dei muscoli (atrofia muscolare) e dei globuli rossi (anemia).

7. Tutto ed il contrario di tutto

I possibili sintomi della malattia sono numerosissimi, ma spesso ne sono presenti solamente alcuni o uno o addirittura nessuno (infezione asintomatica, più frequente della sintomatica). Per questo scordiamoci subito di ottenere una diagnosi esclusivamente clinica: al massimo è ipotizzabile una diagnosi di sospetto (chi ha una certa esperienza, non importa che sia veterinario o no, “intravede” un cane leishmaniotico [classico] anche a distanza). Ricordiamo comunque che un congruo numero di cani infetti non mostra segni clinici né anticorpi anti-Leishmania (test sierologico negativo). Dopo un periodo d’incubazione piuttosto lungo (da un mese a 4 anni: dati sperimentali, in condizioni naturali il momento dell’infezione resta sconosciuto), la malattia si presenta solitamente in forma cronica e generalizzata, anche se ci possono essere manifestazioni prevalenti o quasi esclusive in singoli apparati (a differenza che nell’uomo in cui si distinguono le forme viscerale, cutanea, muco-cutanea e dermica-post-viscerale, non tutte dovute alla “nostra” Leishmania), con manifestazioni a carico della cute, delle mucose e di carattere generale.

Vediamo quali sono queste manifestazioni, in ordine di frequenza:

  • Ingrossamento dei linfonodi;
  • Lesioni cutanee (dermatite furfuracea, ulcere, alopecia perioculare e diffusa, unghie abnormemente lunghe, pustole, depigmentazione nasale, noduli non ulcerati);
  • Mucose pallide;
  • Dimagrimento;
  • Febbre;
  • Abbattimento;
  • Anoressia (perdita/assenza d’appetito);
  • Ingrossamento della milza e del fegato;
  • Insufficienza renale;
  • Lesioni oculari (non solo congiuntivite);
  • Fuoriuscita di sangue dalle narici;
  • Lesioni articolari.

La perdita di pelo, benché possa essere diffusa a tutto il corpo, si presenta di preferenza su alcune aree, non solo, come abbiamo visto, nel contorno degli occhi: padiglioni auricolari, dorso del naso, collo, prominenze ossee (gomiti, garretti, anche), regione lombare e coda. Le zone inizialmente alopeciche vanno incontro ad infiammazione e/o eczema furfuraceo ed eventualmente ad ulcerazione, anche se a volte, queste ultime lesioni, sono l’espressione di una sovrainfezione batterica (piodermite). Comunque sia le alterazioni cutanee puramente leishmaniotiche non sono pruriginose. L’aspetto generale del cane, in certi casi cutanei particolarmente avanzati, è quello di un soggetto anziano (“cane vecchio”). A volte si possono sovrapporre lesioni da rogna demodettica (rogna rossa), anche in animali adulti. Possono essere presenti zoppie più o meno evidenti, probabili espressioni di danni a livello muscolare, osseo ed articolare. Nei pazienti renali si evidenzia anche l’aumento dell’urinazione (poliuria) e della sete (polidipsia). Meno frequentemente si possono osservare diarrea, lesioni genitali, aborto nella fase avanzata della gravidanza ed alterazioni nervose come paresi e paralisi degli arti posteriori (soprattutto nelle rare forme acute).

Sono sempre presenti almeno alcune alterazioni degli esami di laboratorio, tra le quali, in ordine di frequenza, si annoverano: iperglobulinemia, basso rapporto albumina/globuline, ipoalbuminemia, iperproteinemia, anemia (diminuzione dei globuli rossi, dell’ematocrito, dell’emoglobina), diminuzione o aumento dei globuli bianchi, diminuzione delle piastrine, iperazotemia (aumento di creatininemia e BUN, indici [tardivi] più evidenti di danno renale), aumento di alcuni enzimi epatici nel sangue (transaminasi: ALT [ex GPT], AST [ex GOT]), presenza di proteine nelle urine (proteinuria: lesioni renali).

Per quanto riguarda la diagnosi, c’è da dire che la leishmaniosi non va confusa con alcune patologie (diagnosi differenziale), pure presenti nelle aree endemiche, che comunque possono anche manifestarsi concomitantemente alla leishmaniosi stessa: malattie trasmesse da zecche (ehrlichiosi, epatozoonosi, babesiosi), linfoma, dermatite allergica alimentare, da morso di pulci ed atopica, la già citata rogna demodettica e la sarcoptica (scabbia). Ai fini della diagnosi certa risultano fondamentali gli esami di laboratorio, alcuni dei quali possono essere eseguiti direttamente in ambulatorio, mentre altri, più sensibili e precisi, richiedono l’intervento di centri specializzati ed attrezzati (università, istituti zooprofilattici sperimentali, ecc.). Si distinguono esami specifici (quelli che ricercano, direttamente o indirettamente, la presenza del parassita) ed aspecifici (quelli che indagano le alterazioni laboratoristiche di cui abbiamo parlato). Tra i primi ci sono i test rapidi ambulatoriali (“completamente” attendibili solo in caso di positività [come del resto tutti gli esami del mondo: qualsiasi risultato negativo non esclude senz’ombra di dubbio la presenza di ciò che si sta cercando]), gli esami bioptici (linfonodi, midollo osseo, milza) seguiti dall’osservazione microscopia, gli esami sierologici (immunofluorescenza indiretta, ELISA, ecc.) e le tecniche molecolari (PCR). Tra gli esami aspecifici merita menzione l’elettroforesi delle proteine sieriche: si tratta di un esame quali-quantitativo che svela l’eventuale alterazione delle sieroproteine (albumina, globuline alfa, beta e gamma) e dei loro rapporti; quadri di ipoalbuminemia ed aumento delle frazioni globuliniche beta e gamma, con proteine totali aumentate, sono decisamente sospetti di leishmaniosi. Questo saggio può essere utilizzato anche per il monitoraggio della bontà della terapia, anche se spesso i suoi risultati restano alterati piuttosto a lungo, pur in presenza – eventualmente – di uno stato clinico generale tutto sommato soddisfacente, se non perfetto.

8. Curabilità e guaribilità

La leishmaniosi canina è chiaramente curabile ma praticamente inguaribile dal punto di vista parassitologico, al contrario di quello puramente sintomatologico. Alcuni affermano che, in seguito ad opportuna terapia, è possibile la guarigione completa, ma la tendenza più diffusa del mondo scientifico è quella di considerare la Leishmania sempre presente, in qualche modo ed in qualche sede, nell’organismo. Frequentemente invece, quando le condizioni iniziali del cane non sono disperate (soprattutto la funzionalità renale), si ottiene la scomparsa dei sintomi (soprattutto quelli cutanei) e l’animale può condurre, anche per lungo tempo, un’esistenza soddisfacente (un animale asintomatico o con pochi sintomi è anche molto meno fonte d’infezione rispetto ad uno sintomatico). Purtroppo spesso si realizzano le recidive (ricadute) che richiedono una nuova terapia, per cui i soggetti clinicamente guariti debbono essere controllati periodicamente. Il farmaco ideale contro la leishmaniosi canina non esiste, in quanto dovrebbe possedere spiccata attività leishmanicida, immunomodulatrice, a bassissima tossicità e senza effetti collaterali, di facile somministrazione e reperibilità in commercio, infine dovrebbe permettere terapie di breve durata.

9. Vivere in serenità

Di fronte a possibili quadri sintomatologici devastanti, ad una diagnosi quantomeno complessa, ad una terapia mai completamente risolutiva, quali possono essere le alternative allo stato di prostrazione psico-fisica della triade cane-proprietario-veterinario? Tutta la medicina moderna fonda i suoi successi sull’aspetto profilattico, più che su quello terapeutico. E questo è quanto mai vero per la leishmaniosi canina. Benché gli studi sui vaccini siano piuttosto intensi, siamo ben lontani dalla non siamo ancora prossimi alla speranza di ottenere un prodotto realmente efficace e sicuro un qualche risultato incoraggiante (notare l’esiguo cambiamento concettuale dal 2002 ad oggi). Preclusa dunque, almeno per il momento, ogni possibilità di profilassi diretta (vaccinazione), le uniche speranze restano quelle di prevenzione indiretta, in particolare evitando che i flebotomi pungano i cani. La battaglia ambientale contro i pappataci è persa in partenza, vista l’impossibilità dell’utilizzo massivo di insetticidi in aree tanto diverse (habitat dei flebotomi) e diffuse su tutto il territorio. Anche l’eventuale intervento sui serbatoi di Leishmania è tutt’altro che agevole, di fatto impossibile. In verità da più parti viene proposto lo stamping-out (uccisione in massa) dei cani positivi, soprattutto per diminuire l’incidenza della malattia nell’uomo, ma i risultati sperimentali di questi tentativi – praticati in Sicilia, Cina e Brasile – sono stati contrastanti, spesso fallimentari. Infatti c’è una miriade di fattori da considerare, prima di dare effettivo credito a queste pratiche, in primis l’esistenza dei serbatoi selvatici (cani randagi, lupi, volpi, roditori, forse rettili, ecc.) o comunque diversi dal cane (uomini e gatti). Se associamo questi aspetti a naturali considerazioni di ordine etico-morale, non si può che concludere, con Catarsini, che è del tutto inutile ed anche illusorio e delittuoso pensare di combattere la leishmaniosi uccidendo i cani domestici nei quali è stata accertata la malattia.

Gli unici interventi praticamente realizzabili, che forniscono risultati variamente incoraggianti, sono quelli di prevenzione delle punture dei flebotomi. Abbiamo qui volutamente tralasciato l’aggettivo “infetti” riferito ai flebotomi, in quanto tutti i dispositivi “anti-punture” andrebbero adottati non solo per proteggere i cani sani dai pappataci infestanti, ma anche per evitare che insetti non infetti possano assumere il parassita, pungendo i cani positivi, e rappresentare così un problema per la salute animale ed umana. Certamente anche un soggetto già leishmaniotico trae giovamento da queste misure preventive, evitando il rischio di aumentare la sua carica parassitaria, già così difficile da abbattere. I possibili metodi d’intervento sono diversi e possono/debbono essere adottati anche in associazione tra loro. Si deve evitare, per quanto possibile, di far dormire il cane all’aperto durante la notte, durante il periodo primaverile-estivo: la maggior parte degli animali infetti vive costantemente in box a cielo aperto; il fatto che i cani esclusivamente adibiti alla compagnia – segnatamente quelli di piccola taglia – siano colpiti dalla malattia in bassa percentuale, riflette proprio il loro stile di vita prevalentemente domestico. Analogamente anche le passeggiate serali rappresentano un rischio potenziale anche se, durante il movimento, le punture dei flebotomi risultano difficoltose. I box e le finestre delle abitazioni dovrebbero essere dotati di zanzariere a maglia fitta (lato non superiore a 2 mm), eventualmente impregnate con qualche buon prodotto insetticida-insettorepellente. Possono essere utili anche i dispositivi elettrici “friggi-zanzare” o le “trappole appiccicose”, da porre nelle immediate vicinanze dei luoghi di riposo notturni dei cani. Un discorso a parte deve essere dedicato ai prodotti repellenti da applicare direttamente sulla cute e sul pelo degli animali: le sostanze dotate di migliore attività contro i pappataci sono risultati i piretroidi sintetici. In commercio sono presenti diverse formulazioni spray a base di permetrina (Duowin®, Defendog®), tetrametrina (Neo Erlen®) o sostanze naturali (Fly-Away®). A prescindere dalle quantità in cui sono presenti i componenti attivi, questi prodotti soffrono di limiti insiti nella loro modalità di applicazione, che risulta discontinua e poco controllabile. Exspot® ed Advantix® sono formulazioni spot-on (pipette da spremere sulla cute) a base di permetrina (+ imidacloprid, un antipulci, nel secondo), che studi scientifici dimostrano essere efficaci nella prevenzione delle punture dei flebotomi. Dal 1997 ad oggi sono comparse numerose pubblicazioni su ricerche effettuate per valutare l’effetto “anti-feeding” (contro il pasto di sangue) nei confronti dei pappataci, da parte del collare Scalibor Protector Band® (principio attivo: deltametrina). Questi studi, massicciamente promossi dalla ditta produttrice (Intervet™), dimostrano come l’applicazione di detto collare ai cani che vivono in aree fortemente endemiche per leishmaniosi, risulti in una protezione statisticamente significativa, in comparazione ai cani di controllo (senza collare). Valutando il tasso di sieroconversione (comparsa degli anticorpi anti-Leishmania) sono state ottenute percentuali di protezione fino al 75-86%, in dipendenza della diversa pressione di diffusione stagionale dei flebotomi. Pur trattandosi di dati estremamente positivi, non si deve dimenticare che il collare e/o le gocce non possono rappresentare una protezione “assoluta” (come qualsiasi dispositivo “anti-pappatacio”). Si può però supporre, come lasciano intuire alcuni studi, che l’utilizzo massivo di questi mezzi preventivi possa portare ad una riduzione dei casi di leishmaniosi canina ed umana, al di là del valore profilattico per i singoli animali.

Se trattiamo i cani ammalati con i migliori mezzi terapeutici a disposizione, se cerchiamo di prevenire le punture degli insetti vettori con dispositivi di provata efficacia, veramente non c’è ragione che i concetti di stress e depressione possano caratterizzare il nostro rapporto con la leishmaniosi canina. L’importante, come diceva Luigi Di Bella, è avere la coscienza di aver fatto tutto quello che era possibile fare.

10. Speranze in un mondo migliore

Le speranze sulla vaccinazione e su nuovi, finalmente efficaci, presidi terapeutici, sono oggi concentrate sulle ricerche che indagano le intime relazioni – genetiche e molecolari – fra Leishmania, le cellule macrofagiche e la risposta immunitaria Th1/Th2. Capire finalmente perché, senza ombra di dubbio, alcuni soggetti infetti non si ammalano, ci porterebbe almeno a prevenire lo stadio della malattia clinica giacché, nell’immediato futuro, la prevenzione dell’infezione tout court risulta impraticabile.


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Ultima modifica: 18 settembre 2014 @ 20:41 47''